• IL BELLO DELLA LITURGIA

La Presentazione di Gesù, annuncio della Redenzione

Il senese Ambrogio Lorenzetti fu tra gli artisti che si cimentò nell’impresa di raffigurare la Presentazione di Gesù al Tempio. Nello splendido dipinto, una tempera su tela, Simeone è una figura bellissima. Teneramente stringe tra le braccia il piccolo Gesù, contemplandolo. Ha le labbra socchiuse in una preghiera di ringraziamento.

Ambrogio Lorenzetti, Presentazione al Tempio, Firenze - Galleria degli Uffizi

Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale, secondo la legge di Mosè, Maria e Giuseppe portarono il bambino a Gerusalemme per presentarlo al Signore - come è scritto nella legge del Signore: “Ogni figlio maschio primogenito sarà sacro al Signore” (Lc 2, 22-23).

È Luca che ci racconta di quando Maria e Giuseppe portarono Gesù al Tempio di Gerusalemme. Sempre lui, l’Evangelista, ci riferisce dell’incontro tra il Bambino e Simeone, detto il Giusto, e Anna, l’anziana, devota vedova che serviva costantemente Dio offrendo digiuni e preghiere. E sono loro, entrambi poi venerati come santi, a rappresentare, per l’occasione, il popolo di Israele; con questo ruolo, dunque, compaiono sempre, e di diritto, nell’iconografia dell’episodio neotestamentario con cui molti artisti si sono, nei secoli, confrontati.

Anche Ambrogio Lorenzetti, senese, classe 1290, si cimentò nella suddetta impresa. Il pannello centrale del polittico, più precisamente trittico, commissionato per l’altare di San Crescenzio del duomo di Siena - poi, purtroppo, manomesso e smembrato - traduce in pittura, con l’eleganza che contraddistingue il tocco del nostro maestro, il testo evangelico.  

Il tema era inserito in un contesto mariano che prevedeva la rappresentazione della vita della Vergine sui quattro altari posti agli angoli della crociera della cattedrale: un programma decorativo che trovava il suo culmine niente di meno che nella celeberrima pala della Maestà di Duccio di Buoninsegna. Commissione importante, dunque, per il nostro Ambrogio che portò splendidamente a termine il suo compito, tanto che la sua versione, tra le poche a essere firmata e datata, venne più volte copiata e presa da esempio dai colleghi a lui posteri. 

Ammirando il dipinto (oggi conservato nella Galleria degli Uffizi), una tempera su tavola, siamo invitati a entrare nelle tre navate di una chiesa la cui profondità è suggerita, con una visione prospettica che molto deve alla scuola di Giotto, dal pavimento a quadri scorciato e dalle colonnine digradanti nella penombra. Gli abiti pontificali del sommo sacerdote al centro sottolineano la solennità dell’avvenimento che si sta per compiere al suo cospetto. Ai suoi lati, in primo piano, si dispongono i veri protagonisti. Maria è affiancata, oltre che da due pie donne, da Giuseppe e tiene tra le mani il panno in cui fino a un attimo prima si presume fosse avvolto Suo Figlio. A destra Anna, come la tradizione ortodossa richiede, indica il Cristo e mostra un cartiglio che la qualifica come profetessa, esplicitamente dichiarando che lei stessa riconosce in Gesù la redenzione di Gerusalemme.

Simeone è una figura bellissima. Teneramente stringe tra le braccia il piccolo Gesù, contemplandolo. Ha le labbra socchiuse in una preghiera di ringraziamento: all’anziano sacerdote era stato, infatti, promesso che non sarebbe morto prima di vedere il Messia. Ora, dunque, può finalmente andare in pace. E Gesù ricambia, con tutta la semplice dolcezza del neonato che agita, gioioso, le piccole gambe mentre si succhia il dito.

Su tutti loro vigilano, autorevoli, Mosè e Malachia che compaiono negli spicchi dell’arco centrale del registro superiore. I loro cartigli recitano, in latino, frasi tratte, rispettivamente, dal Levitico e dal Libro di Malachia per ricordarci quanto la Presentazione al Tempio sia un evento strettamente connesso con il tema della Purificazione e della Redenzione.