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La piaga del tribalismo dentro la Chiesa

In occasione dei suoi due viaggi apostolici in Africa – in Camerun e Angola nel 2009, in Benin nel 2011 – Papa Benedetto XVI ha denunciato corruzione, stregoneria e tribalismo come primi responsabili dei flagelli che colpiscono quel continente. 

Sierra Leone

In occasione dei suoi due viaggi apostolici in Africa – in Camerun e Angola nel 2009, in Benin nel 2011 – Papa Benedetto XVI ha denunciato corruzione, stregoneria e tribalismo come primi responsabili dei flagelli che colpiscono quel continente.
A Luanda, in Angola, celebrando la messa nella parrocchia di Sao Paolo, ha affidato al clero la missione di convertire chi crede nella stregoneria e il giorno successivo, durante la messa celebrata sulla spianata di Cimangola, sempre a Luanda, ha elencato con queste parole le tragedie africane: “…dal flagello della guerra, ai frutti feroci del tribalismo e delle rivalità etniche, alla cupidigia che corrompe il cuore dell’uomo, riduce in schiavitù gli uomini e priva le generazioni future delle risorse di cui hanno bisogno per creare una società più solidale e più giusta”.

L’analisi di Benedetto XVI è quanto mai attuale guardando alla Sierra Leone, allo scontro in corso ormai da oltre un anno tra il Vaticano e la diocesi di Makeni, la più grande città del nord del paese.
Ecco i fatti. Il 7 gennaio 2012, dopo aver accettato la rinuncia al governo pastorale della diocesi di Makeni presentata da Monsignor Giorgio Biguzzi, Papa Benedetto XVI ha nominato in sua vece il Reverendo Henry Aruna, del clero di Kenema, importante città dell’estremo sud est del paese. Ma la Santa Sede non ha tenuto conto del fatto che a Makeni e nelle province settentrionali della Sierra Leone prevale l’etnia Temne, mentre Monsignor Aruna è un Mende, l’etnia maggioritaria nel sud del paese.

Per questo l’annuncio della sua nomina ha scatenato disordini e violenze a Makeni. Addirittura dei gruppi di giovani furiosi hanno danneggiato delle automobili di proprietà del clero e hanno divelto dei mattoni dai muri della cattedrale. Al di là del risentimento della popolazione che pretende un vescovo della propria etnia, conta anche il fatto che, con la nomina di Monsignor Aruna, nella Conferenza episcopale sono rappresentate solo le etnie del sud il che ha a dir poco scontentato anche il clero locale.

Così lo scorso 5 gennaio, con una cerimonia solenne presenziata da vescovi e sacerdoti provenienti anche da Ghana, Liberia, Gambia, Nigeria e Guinea Conakry, Monsignor Aruna è stato ordinato, ma non a Makena, bensì nella capitale Freetown e non ha preso possesso della propria diocesi, affidata temporaneamente a padre Natalio Paganelli, uno dei missionari saveriani fondatori della diocesi: una soluzione di compromesso con cui il Vaticano ha fermamente chiesto il rispetto del principio di obbedienza concedendo però ancora tempo al clero di Makena.

Ha contato nella decisione di rimandare l’insediamento di Monsignor Aruna il timore per la sua vita: telefonate e messaggi minacciosi confermano, se ce ne fosse bisogno, l’animosità nei suoi confronti e la consistenza dei sentimenti ostili per l’“estraneo” imposto e indesiderato.
D’altra parte, se sono evidenti i problemi che comporta gestire la diocesi da Freetown, l’implacabile opposizione alla sua nomina rende assai difficile che qualcuno a Makeni ardisca collaborare con lui, almeno per il momento.

La tensione è ancora aumentata negli ultimi giorni con l’annuncio di un decreto firmato dal vescovo di Bo, Monsignor Charles Campbell, che vieta al clero e ai membri del laicato di Makeni “non in comunione” con Roma di celebrare o concelebrare messa e di somministrare sacramenti nella propria diocesi, situata nel sud del paese e confinante con la diocesi di Kenema.
Monsignor Campbell chiarisce inoltre nel decreto di non garantire a chi disobbedisce e manca di rispetto al Papa la cooperazione della diocesi di Bo in questioni di interesse ecclesiastico a livello nazionale o di Conferenza episcopale.

“Le tensioni sono frutto di una storia dolorosa”, spiegava un anno fa in un’intervista padre Joseph Turay, vice-rettore dell’Università di Makeni: l’allusione era alla guerra civile combattuta tra il 1999 e il 2002, uno degli episodi più cruenti della storia dell’Africa indipendente, conclusosi con oltre 50.000 morti e migliaia di civili mutilati orrendamente.
I “diamanti insanguinati”, come si ricorderà, furono all’origine dei massacri e delle atrocità commesse sui civili: protagonisti, vittime e al tempo stesso carnefici, migliaia di bambini-soldato (altro termine, insieme a “diamanti insanguinati”, entrato allora nel linguaggio comune), arruolati a forza dai contendenti, drogati e costretti a combattere, seviziare, mutilare. Ma la lezione non è bastata, non ancora: “il paese – spiega padre Paganelli – è diviso etnicamente e politicamente in due. La religione è entrata in questa divisione”.