• COME FALSARE IL PASSATO

La moda di censurare la storia che non piace

Via col Vento

Non fa meraviglia che negli Stati Uniti una sala cinematografica, aderendo alla “guerra alle statue” scatenata dal talebanismo liberal, abbia deciso di non proiettare il film Via col vento perchè “razzista” (Respinti, www.lanuovabq.it, 30-8-2017). La censura ed eventualmente la correzione dei prodotti culturali giudicati “politicamente scorretti”, offensivi, è iniziata proprio negli Usa, già negli anni ’90. Una delle vittime più illustri, all’epoca, era stato Peter Pan. Nel 1994 in una scuola media di Long Island gli studenti avevano deciso di rappresentarne la fiaba. Ma hanno dovuto cancellare lo spettacolo in seguito alle proteste per l’immagine stereotipata, ritenuta offensiva, degli indiani sull’Isola che non c’è, in particolare quando cantano una canzoncina senza senso. Gli insegnanti avevano tentato di rimediare proponendo di tagliare parole come “nobile selvaggio” e “squaw”, ma alla comunità degli indiani Shinnecock non è bastato e, per evitare problemi, alla fine la scuola ha ripiegato su una rappresentazione del Mago di Oz. 

Ancora meno stupisce l’elenco di opere e autori “razzisti” banditi da alcuni decenni in molte scuole superiori e istituti universitari negli Stati Uniti, e anche in altri paesi. Tra quelli all’indice, figura Karen Blixen, per il suo punto di vista colonialista sul Kenya, ad esempio per una certa pagina del libro La mia Africa in cui la scrittrice descrive gli africani e gli animali visti in un sogno (scandalo! africani e animali messi sullo stesso piano). Anche uno dei più grandi scrittori di lingua inglese, Joseph Conrad, è scomparso da biblioteche e programmi di esame: ovviamente per il romanzo Cuore di tenebra e per la frase del protagonista Kurtz morente: “sterminateli tutti”, riferito agli indigeni che lo avevano divinizzato.

Gli africani, oltre a censurare gli autori razzisti, hanno anche incominciato a eliminare statue e monumenti del passato coloniale europeo. In Sudafrica, ad esempio, nel 2015, dopo mesi di manifestazioni di protesta studentesche anche violente, l’Università di Città del Capo ha rimosso la statua di Cecil Rhodes, l’imprenditore e uomo politico che ebbe un ruolo fondamentale nella costruzione dell’impero britannico in Africa australe (Zimbabwe e Zambia prima dell’indipendenza si chiamavano rispettivamente Rhodesia del Sud e Rhodesia del Nord). La statua è stata abbattuta – riportano i mass media dell’epoca – in un clima gioioso, alla presenza di studenti, docenti, personalità politiche e cittadini festanti, convenuti per partecipare a quel “momento storico per il Sud Africa”. Alcuni studenti, dopo che la statua era stata tolta dal piedistallo, ci sono saliti sopra, hanno incominciato a prenderla a bastonate e ne hanno coperto il volto con dei teli di plastica. 

Risentimento e rimorso animano i discendenti di vinti e vincitori, di vittime e oppressori. Rinascono, persino a distanza di secoli, sentimenti che rendono odiose agli occhi degli uni e degli altri le rievocazioni del passato e li ispirano a sopprimerle. 

Qualche mese dopo che Città del Capo aveva abbattuto un simbolo dell’epoca coloniale britannica, gli studenti di Oxford sono insorti per chiedere a loro volta la rimozione di una statua di Rhodes situata in un college dell’università: favorevoli, secondo un sondaggio, quasi il 40%, percentuale che saliva al 54% tra gli studenti di minoranze etniche, convinti che Oxford non stia facendo abbastanza per “decolonizzarsi”. La statua non è stata tolta. Il college si è limitato a staccare una targa commemorativa dedicata a Rhodes e ha motivato la propria decisione dicendo che la statua era lì a ricordare la complessità della storia e i lasciti del colonialismo. Rhodes deve cadere, l’associazione creata dagli studenti, ha definito il rifiuto del college “oltraggioso, disonesto e cinico”.  

In Italia sono i monumenti di epoca fascista a far discutere. Alte cariche dello stato li ritengono offensivi, imbarazzanti. C’è chi propone, se non di abbatterli, almeno di cancellare certe scritte: ad esempio, “Mussolini dux”, sull’obelisco del Foro Italico a Roma. Ma se la “guerra delle statue” dilagasse in Italia e infierisse sui monumenti del periodo fascista, qualcosa tuttavia ne resterebbe, intatto e tutelato. Il 7 luglio l’Unesco, l’agenzia delle Nazioni Unite per l’educazione, la scienza e la cultura, ha infatti proclamato Asmara, la capitale dell’Eritrea, patrimonio dell’umanità in ragione degli edifici – più di 400, molto ben conservati – costruiti nel periodo in cui il paese è stato una colonia italiana. La motivazione è che si tratta di un “eccezionale esempio di urbanizzazione modernista realizzata in un contesto africano”. 

Il governo eritreo aveva dichiarato la città monumento nazionale nel 2001. Da allora si era impegnato a ottenere l’ambito riconoscimento dell’Unesco per questa sua eredità architettonica. Per celebrare il risultato ottenuto, quest’anno il tema del Festival eritreo, un evento che si svolge ogni anno ad agosto ad Asmara e, all’estero, in molte delle città in cui vive la diaspora eritrea, è stato “Il nostro patrimonio testimone della nostra identità”.