• LA LETTERA

La missione richiede carità e giudizio sul mondo

Oggi troppi pastori si limitano a constatare statisticamente la diminuzione dei cristiani e sembrano rassegnati, come se non ci fosse più nulla da fare. Il Papa, a Firenze, ha, invece, detto che c’è un immenso lavoro da fare, non solo sul versante della “carità”, ma anche su quello della cultura e della missione.

La presenza cristiana richiede carità e giudizio sul mondo

Caro direttore,

vorrei comunicarti alcune considerazioni, a partire da un drammatico articolo dell’ottimo Giulio Meotti apparso sul Foglio di alcuni giorni fa e intitolato “Dio è morto in Germania”. Vi si legge che «un pastore toglie dalla chiesa le croci ed il fonte battesimale, per evitare di apparire “offensivo” nei confronti dei musulmani in arrivo», che in Germania vi è il più alto tasso di ateismo e che dal 1991 ad oggi la metà dei tedeschi ha smesso di andare a messa. 

Risulta che in quel Paese solo il 4% dei protestanti e l’8% dei cattolici frequenta la Chiesa. Gli statistici prevedono che nel 2020 i musulmani in Germania saranno più di 20 milioni. A fronte di questa situazione cristianamente fallimentare, mi stupisce che i vescovi tedeschi, invece di porsi il problema di intensificare la missione, abbiano puntato tutto, in questi ultimi anni, su di un tema in fondo secondario come quello della comunione ai divorziati, che, peraltro, non mi sembra che siano in una lunga fila, tipo Expo, per accedere al sacramento. E mi stupisce anche che i capi della Conferenza episcopale tedesca abbiano la preoccupazione di non essere una “filiale” di Roma, dimenticando che solo rafforzando l’unità e la comunione si testimonia veramente Cristo, come Gesù stesso ha pregato nel capitolo XVII del Vangelo di Giovanni.

La verità è che tanti cattolici si rapportano con il “mondo” in modo parziale, non integralmente. Mi spiego. A me è stato insegnato che la testimonianza cristiana deve essere “integrale nelle dimensioni”, il che significa che il cattolico deve tenere presente in contemporanea tutti gli aspetti di una posizione cristiana, che sono la cultura, la carità e la missione. Con queste “dimensioni”, il cristiano si presenta al mondo con un pensiero diverso (come ha sottolineato il cardinale di Milano, Angelo Scola, nella sua ultima lettera pastorale), con una capacità di condivisione impossibile senza l’incontro con Gesù, con un ardente desiderio che tutti abbiano ad incontrare il Dio che si è fatto uomo per la salvezza di tutti. Mi pare, invece, che oggi tanti cattolici affrontino i problemi della vita in modo unilaterale, privilegiando quasi unicamente l’aspetto dell’accoglienza, che, peraltro, senza cultura e senza missione, finisce con lo scadere a sterile solidarismo, che, a lungo andare, non ha nulla a che fare con la carità (quanti oggi si mettono la coscienza a posto cliccando qualche euro a favore dei sempre più numerosi numeri telefonici). 

La carità cristiana non può non essere originata dal giudizio diverso (cultura) che Cristo ha portato nel mondo, giudizio che nella storia cristiana si è concretizzato in opere grandiose e neppure immaginabili prima del cristianesimo. Abbandonare di fatto la cultura costituisce, a mio parere, un peccato anche in senso tecnico, perché non si tiene conto del fatto che tra i poveri di oggi vi sono milioni di persone che, pur essendo benestanti, soffrono enormemente per la mancanza di senso della propria vita, generata da quella diabolica cultura che chiamiamo nichilismo. Ma a fronte del dilagare del nulla, i cristiani quale giudizio sulla vita propongono? Penso che sia giunto il momento di dire che, sotto questo profilo, non bastano più solo le opere di solidarietà. Occorre anche comunicare un significato complessivo della vita, attraverso la cultura. 

Ho letto in queste ore un articolo del professor Giorgio Vittadini, il quale denuncia che negli Stati Uniti stanno aumentando in misura impressionante i suicidi degli studenti nelle università, cioè in quelli che dovrebbero essere i templi della cultura. Evidentemente, la cultura del “successo” non basta più a sostenere i giovani. Ma di fronte a tutto questo, i cristiani quale giudizio diverso e positivo propongono? Come sono presenti nelle università? Ma, a sua volta, la cultura non basta, se noi non prendiamo sul serio il comando di Gesù di andare ad annunciarlo fino agli estremi confini della terra. Su questo fronte, dobbiamo constatare che i cristiani son diventati molto timidi, sempre pronti a tacciare di proselitismo qualunque tentativo di comunicare la bellezza ed il fascino di Cristo. Sempre e solo preoccupati di non “offendere” l’interlocutore e dimenticando che San Paolo ci ha raccomandato di annunciare Cristo sia opportunamente che inopportunamente. 

É chiaro che l’annuncio cristiano va fatto con intelligenza (cultura) e con carità: però va fatto. Oggi troppi pastori si limitano a constatare statisticamente la diminuzione dei cristiani e sembrano rassegnati, come se non ci fosse più nulla da fare. Il Papa, a Firenze, ha, invece, detto che c’è un immenso lavoro da fare, non solo sul versante della “carità”, ma anche su quello della cultura e della missione. Chiediamo che lo Spirito di Cristo ci risvegli dal nostro torpore e ci faccia uscire dai nostri ghirigori solipsistici, ponendo la lampada di Cristo ben in alto, perché tutti la vedano.