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La "finta" ritirata Usa da Kabul

Le truppe alleate della missione ISAF lasceranno il territorio afghano entro il 2014, ma l’Alleanza Atlantica e i principali Stati membri stanno già mettendo a punto la missione successiva che si occuperà di addestramento.

Afghanistan

Il ritiro ci sarà entro l’anno prossimo, ma non sarà né totale né definitivo. Le truppe alleate dell’attuale missione ISAF (International Security Assistance Force) lasceranno il territorio afghano entro il 2014 e già da ora hanno ridotto sensibilmente la loro presenza in prima linea smantellando o cedendo alle truppe di Kabul l’80 per cento delle basi e postazioni che occupavano.
I 90mila militari alleati (dei quali 67 mila statunitensi e 2.900 italiani) si ridurranno ulteriormente nei prossimi mesi, ma l’Alleanza Atlantica e i principali Stati membri stanno già mettendo a punto la missione successiva che, con forze più limitate, si occuperà di addestramento e consulenza alle forze di Kabul le cui carenze sono in alcuni settori rilevanti, in altri abissali.

Gli Stati Uniti “vogliono mantenere nove basi nel Paese: a Kabul, Bagram, Mazar-i-Sharif, Jalalabad, Gardez, Kandahar, Helmand ed Herat. Accettiamo di dar loro tali basi in quanto è nell'interesse dell'Afghanistan” ha detto mercoledì scorso il presidente afghano Hamid Karzai in un discorso all'Università di Kabul trasmesso in televisione. Karzai ha riferito che sono in corso negoziati "molto seri e delicati" con Washington sulla questione, sottolineando come anche Kabul abbia “le proprie richieste e interessi” .
Barack Obama aveva già espresso la sua intenzione di mantenere sul suolo afghano soldati americani al termine della missione della Nato, ma solo se Kabul accettava di accordare loro l'immunità giuridica, cioè quella norma pretesa da tutti i Paesi che schierano truppe oltremare che consente di non lasciar punire eventuali reati compiuti dai militari in servizio dalla giustizia del Paese ospitante.

La stessa norma, per intenderci, che ha consentito alla giustizia militare statunitense di processare gli autori di stragi di civili compiute in Iraq o Afghanistan o il pilota che provocò la strage sulla funivia friulana del Cermis. Di fatto la medesima norma sull’immunità funzionale che l’Italia vorrebbe venisse rispettata dall’India nel caso dei marò. Un nodo non di poco conto perché il rinnovo di questa garanzia dovrà passare attraverso l’approvazione del parlamento di Kabul e non va dimenticato che proprio la mancata approvazione di una norma analoga da parte dei deputati iracheni determinò due anni or sono lo smantellamento in poche settimane della missione addestrativa che stati Uniti e Nato avevano già impiantato a Baghdad.

Le truppe americane resteranno in Afghanistan dopo il 2014 solo su "invito" del governo afghano e secondo un preciso accordo ha infatti spiegato il portavoce della Casa Bianca, Jay Carney. Obama e il Pentagono hanno però posizioni diverse sul ritiro. I militari infatti vorrebbero mantenere 15mila soldati in Afghanistan dal 2015 con compiti anche di combattimento per i raids aerei in appoggio agli afghani (che non hanno aerei da combattimento) e per colpire gli uomini di al-Qaeda.
Obama invece vorrebbe lasciare in Afghanistan solo qualche migliaio di soldati e solo fino a quando l'esercito afghano non si dimostrerà autosufficiente. I negoziati tra Washington e Kabul restano riservati, ma secondo indiscrezioni gli afghani vorrebbero ottenere armamenti pesanti e moderni con i quali aumentare la propria autonomia e far fronte con maggiore efficacia non solo alla lotta agli insorti, ma anche alle sempre più estese scaramucce di frontiera con il Pakistan per dispute circa confini mai definiti con esattezza lungo la “Linea Durand” stabilita dai britannici nel secolo scorso.

Gli statunitensi concordano sullo sviluppo di capacità militari autonome delle truppe afghane ma ne temono la scarsa affidabilità e non vogliono rischiare che armi pesanti e moderne finiscano nelle mani dei jihadisti. Il prolungamento delle missioni dei contingenti europei, più piccoli e con compiti addestrativi, è legato strettamente alla presenza delle forze statunitense con le quali condivideranno alcune delle basi indicate da Karzai.
Il 4 marzo scorso il segretario generale della Nato, Anders Fogh Rasmussen, ha promesso a Karzai addestramento, assistenza e forniture militari. I britannici prevedono di lasciare dal 2015 un migliaio di soldati in Afghanistan, i tedeschi da 600 a 800: una consistenza quest’ultima simile a quella che potrebbe venire adottata dall’Italia che da ottobre vedrà l’attuale contingente ridursi a poco più di 2mila unità. Senza molta pubblicità (l’incontro venne reso noto solo dalla presidenza afghana e non dal Ministero della Difesa italiano) della prossima missione hanno discusso il 9 marzo a Kabul l’allora ministro della Difesa, Giampaolo Di Paola, e il presidente Karzai.

Circa le forze necessarie si fa presto a fare i conti: per mantenere 150/200 istruttori occorre garantire loro logistica, scorta, protezione della base (Camp Arena all’aeroporto di Herat) e una forza di reazione rapida per far fronte a ogni evenienza: cioè non meno di 700 militari con alcuni elicotteri a un costo stimabile in circa 150/200 milioni di euro l’anno.
Ammesso che il Parlamento afghano rinnovi l’immunità giudiziaria alle truppe Nato, in Italia la prossima missione afghana potrebbe incontrare qualche difficoltà politica.
Le stesse che nel 2006 indussero il governo Prodi ad annullare una missione analoga in Iraq, prevista dopo il ritiro del contingente Antica Babilonia da Nassiryah, ma considerata troppo consistente sul piano militare per risultare “digeribile” a pacifisti ed elettorato di sinistra.