• IL FILM

La ferocia inglese durante la carestia irlandese

Black 1847 si volge nel pieno della Grande Carestia irlandese. Il film è un atto d’accusa nei confronti dell’occupazione inglese, responsabile di quello che fu un vero e proprio genocidio praticamente deliberato.

Chi ha letto il mio precedente articolo sul film basco Errementari ( Il maniscalco) in cui compariva la prima guerra carlista sarà forse lieto di sapere che in un altro recentissimo film, sempre basco, Handia (Il gigante), torna la prima guerra carlista e si vede anche una battaglia tra carlisti (monarchici e cattolici) e «isabelini» (i soldati del governo liberal-massonico di Isabella II). Narra la storia, vera, del giovane basco Mikel Jokin Eleizegi Arteaga detto «il gigante di Altzo», affetto da gigantismo e popolare in tutta Europa come fenomeno da baraccone.

Ma c’è un altro film, che si svolge nello stesso periodo, e val la pena di essere visto in rete. Sottotitolato, perché non si sa quando e se verrà distribuito in Italia, anche se uno dei protagonisti è Hugo Weaving, già «re degli elfi» nella trilogia de Il Signore degli Anelli (2001) e, mascherato, in V come vendetta (2005). L’attore pare destinato a impersonare personaggi che col cattolicesimo hanno a che fare (la maschera di V come vendetta è quella del cattolico Guy Fawkes, giustiziato nel 1606 nell’Inghilterra protestante).

Parliamo di Black 1847, film che si volge nel pieno della Grande Carestia irlandese, An Gorta Mór nella lingua locale. Il film è un atto d’accusa nei confronti dell’occupazione inglese, responsabile di quello che fu un vero e proprio genocidio praticamente (secondo alcuni storici, tra cui Tim Coogan) deliberato. Su quattro-cinque milioni di abitanti, un milione morì per fame e un altro milione emigrò in America e in Australia. Nel 1845 un fungo, la peronospora, attaccò le patate, di fatto il principale alimento dei contadini irlandesi, quasi la sola coltura che potesse effettuarsi sui minuscoli appezzamenti di terreno rimasti loro dopo l’appropriazione dei latifondi da parte dei lords inglesi.

Mentre la popolazione moriva per le strade, carri carichi di grano e altri prodotti della terra partivano quotidianamente per i porti inglesi, e il film non manca di sottolinearlo. Si vedono anche torme di diseredati in fila per una ciotola di zuppa calda offerta da un’organizzazione caritativa, la quale però richiede una previa abiura al papismo e la conversione all’anglicanesimo. Il ministro del tesoro britannico, Charles Trevelyan, gestì la crisi da plenipotenziario del governo whig di lord John Russell e non fece altro che applicare le teorie economiche allora in voga, quel liberalismo sfrenato che veniva chiamato laissez faire.

Il quale prevedeva, cinicamente, lo sfoltimento della popolazione in sovrannumero e l’accorpamento delle piccole proprietà terriere, ottenuto tramite l’esproprio per chi non riusciva a pagare le tasse. La crisi della patata durò dal 1845 al 1852, con una punta in quel 1847 che dà il titolo al film (il quale ricalca appositamente la Black Sunday, o Bloody Sunday, la domenica «nera» o «sanguinosa» del 1972 in cui i  paracadutisti inglesi aprirono il fuoco sugli irlandesi di Derry che manifestavano pacificamente). Il film si muove con i ritmi del western, in quanto un irlandese che ha combattuto in Afghanistan nei rangers inglesi torna in patria e trova lo sfacelo. I familiari morti, suo fratello impiccato, la casa distrutta. Allora si trasforma in giustiziere. Va a finire che l’ispettore che gli dà la caccia, riconoscendone le ragioni, passa dalla sua parte. Ma non voglio anticiparvi niente…