a cura di Stefano Fontana
  • IL LIBRO

La Dottrina sociale, per rimettere Dio al centro dell'agorà

Un libro pubblicato di recente ha riproposto in modo intelligente una intelligente domanda: perché è nata la Dottrina sociale della Chiesa? [Rocco Pizzimenti, Perché è nata la dottrina sociale della Chiesa? Tra magistero e pensiero, Rubbettino, Soveria Mannelli 2018]. Naturalmente ci si riferisce alla Dottrina sociale cosiddetta “moderna” dato che, nella sua essenza, la Dottrina sociale della Chiesa è nata con la Chiesa. Ci si riferisce, in altre parole, a Leone XIII e alla Rerum novarum. Sono stato contento di trovare in questo libro – almeno nel suo impianto generale se non nei dettagli - una conferma ad una cosa che sto dicendo da molto tempo e che qui vorrei richiamare.

Circa la Revum novarum si continua imperterriti a tramandare tre errori di interpretazione. Il primo consiste nell’isolare tale enciclica sociale dalle altre – almeno otto – encicliche di Leone XIII con essa collegate in un unico quadro. Il secondo consiste nel pensare che il tema principale della Rerum novarum sia la condizione operaia e che sia stata scritta per difendere i diritti dei lavoratori. Il terzo consiste nel ritenere che la Rerum novarum, e quindi la Dottrina sociale della Chiesa “moderna”, sposi le “novità” della modernità, preparando la Chiesa ad accoglierle. I tre errori sono naturalmente collegati tra loro e sono espressione di un unico errore.

Cominciando dall’ultimo, aprendo l’enciclica e leggendo le prime righe si capisce che alla “bramosia di cose nuove” (Rerum novarum) Leone XIII attribuisce la colpa del degrado sociale del suo tempo e non  invece la salvezza da quel degrado. Secondo lui l’errore sarebbe passato dal piano politico al piano sociale. Aver voluto estromettere Dio, la religione cattolica e la Chiesa dai rapporti organici con lo Stato nella società cristiana (bramosia di novità politiche) ha prodotto la “questione sociale” (bramosia di novità sociali ed economiche). Quindi non c’è nessuna apertura alla “modernità” nella Rerum novarum, come spesso si dice, ma piuttosto un organizzare le forze contro le “cose nuove” e non per la loro promozione..

Di conseguenza risulta riduttivo sostenere che il motivo principale per cui è stata scritta questa enciclica sia la condizione operaia. Fa bene Pizzimenti a dire che “a distanza di ben oltre un secolo … penso che si possa affermare che la Dottrina sociale della Chiesa non sia nata solo per motivi di ordine sociale ed economico. Questi furono sicuramente importanti, ma non meno lo furono altri di natura teologica, politica e pedagogica” (p. 7). Io sarei ancora più esigente è direi che lo scopo dell’enciclica, e dell’intero Corpus leoninum, è di ridare un posto a Dio nella pubblica piazza, ribadendo, come afferma la Rerum novarum, che non c’è soluzione alla questione sociale fuori del Vangelo.

Questo è il motivo – e siamo così al primo degli errori sopra menzionati – per cui Leone XIII non si è limitato a scrivere l’enciclica sulla condizione operaia, ma ha scritto anche tutte le altre encicliche del Corpus – suggerendo addirittura come si dovessero leggere in corretta successione – prima tra le quale spicca la Aeterni Patris.  C’era tutto un mondo da ricostruire e non solo nei suoi aspetti sociali e politici. Il punto chiave è il posto di Dio nel mondo, che avrebbe garantito poi la giustizia, la pace, il rispetto dei doveri e dei diritti e così via.

Queste osservazioni risultano ancora più importanti se le si collega con quanto dice Benedetto XVI nella Caritats in veritate, ossia che non esistono due Dottrine sociali, una preconciliare e l’altra postconciliare, ma una sola. Il che comporta che anche il patrimonio anti-moderno di Leone XIII non sia abbandonato a se stesso.