a cura di Stefano Fontana
  • UN TESTO DA DIFENDERE

La Dottrina sociale e il Sillabo di Pio IX

Pio IX ebbe una grande importanza anche per quanto riguarda la Dottrina sociale della Chiesa. È vero che fu il suo successore – Leone XIII – a strutturarla organicamente e a insegnarla organicamente, ma è chiaro che il suo magistero si inserì pienamente nel solco del predecessore. L’enciclica con la quale Pio IX parla delle tematiche del rapporto tra la Chiesa e il mondo è la Quanta Cura del 1864 alla quale era allegato il famoso Sillabo, l’elenco di ottanta proposizioni erronee dal punto di vista dottrinale cui il credente non avrebbe dovuto dare il suo assenso. Se vogliamo applicare quanto affermato da Benedetto XVI nell’enciclica Caritas in veritate del 2009 e cioè che non si deve erigere un muro tra la Dottrina sociale della Chiesa preconciliare e postconciliare, dobbiamo anche conseguentemente tenere il Sillabo degli errori moderni in considerazione dentro lo sviluppo della Dottrina sociale della Chiesa e non bandirlo o addirittura esecrarlo. Ciò risulta molto importante per la Dottrina sociale della Chiesa postconciliare in quanto la mantiene in un atteggiamento di sorveglianza nei confronti dei principi della modernità che bisogna continuare a considerare con occhio critico e non irenistico.

Tra l’altro, la pubblicazione del Sillabo da parte di Pio IX fu preceduta da un’ampia consultazione tra i Vescovi e in quell’occasione fu applicata la “sinodalità” di cui tanto si parla oggi. Il Papa espresse nell’enciclica Quanta Cura e nel Sillabo la sua volontà di definire questioni dottrinali e non solo pastorali. Si può dire quindi che quell’insegnamento avesse un grado di autorevolezza magisteriale molto alto e qualcuno parla addirittura di infallibilità (R. de Mattei, Pio IX. La rivoluzione italiana, Cantagalli, Siena 2012). In ogni caso l’autorevolezza del testo non è da meno di altri pronunciamenti del magistero ecclesiastico ad esso successivi, soprattutto perché spesso questi ultimi mescolano le questioni dottrinali a quelle pastorali o all’analisi delle situazioni storiche che per loro natura sono soggette al cambiamento.

Naturalmente il Sillabo ebbe sempre l’ostilità del pensiero laico e liberale. Norberto Bobbio ne parlò nei seguenti termini: “Summula dell’oscurantismo che non si può leggere senza raccapriccio” (“Profilo ideologico del Novecento, Einaudi, Torino 1986, p. 19). Per la teologia progressista il Sillabo rimane un grande inciampo sulla strada dell’incontro con la modernità. Però la Quanta Cura è citata nella Nota della Congregazione della Fede del 2002 sui doveri del cattolico in politica. Rino Cammilleri anni fa scrisse un gustoso libro dal titolo Elogio del Sillabo (Leonardo, Milano 1994). Mons. Luigi Negri, nel suo libro su Pio IX (Pio IX. Attualità e profezia, Ares, Milano 2006), gli attribuisce addirittura un ruolo profetico nei confronti di certi esiti negativi che la Chiesa e il mondo avrebbero vissuto nel secolo successivo fino ad oggi. Sulla rivista “Verbo” (n. 531-532, 2015, pp. 5-14) Jaime Profili parla de “El  Syllabus: su razón y oportunidad”. Del resto è evidente che non si dovrebbe leggere la Dignitatis humanae del Vaticano II trascurando il Sillabo di Pio IX.  

L’eliminazione del Sillabo dai riferimenti magisteriali per la Dottrina sociale della Chiesa comporta la negazione del criterio della “riforma nella continuità”, rompe l’insegnamento della Chiesa in due epoche contraddittorie tra loro, smonta le salvaguardie nei confronti degli aspetti nocivi del “novismo” dottrinale e pratico.