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La condanna di aborto ed eutanasia è una verità di fede

Nell'enciclica Evangelium Vitae, San Giovanni Paolo II fa delle dichiarazioni solenni a difesa «del valore della vita umana e la sua inviolabilità, in riferimento alle attuali circostanze ed agli attentati che oggi la minacciano».

San Giovanni Paolo II

«L’uomo non può vivere senza amore. Rimane per se stesso un essere incomprensibile, la sua vita è priva di senso, se non gli viene rivelato l’amore, se non s’incontra con l’amore, se non lo sperimenta e non lo fa proprio, se non vi partecipa vivamente. E perciò appunto Cristo Redentore [...] rivela pienamente l’uomo all’uomo stesso. Questa è [...] la dimensione umana del mistero della Redenzione. In questa dimensione l’uomo ritrova la grandezza, la dignità e il valore propri della sua umanità. Nel mistero della Redenzione l’uomo diviene nuovamente “espresso” e, in qualche modo, è nuovamente creato. Egli è nuovamente creato! Non c'è più giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero; non c'è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù (Gal 3,28). L’uomo che vuol comprendere se stesso fino in fondo - non soltanto secondo immediati, parziali, spesso superficiali, e perfino apparenti criteri e misure del proprio essere - deve, con la sua inquietudine e incertezza ed anche con la sua debolezza e peccaminosità, con la sua vita e morte, avvicinarsi a Cristo. Egli deve, per così dire, entrare in Lui con tutto se stesso, deve “appropriarsi” ed assimilare tutta la realtà dell’Incarnazione e della Redenzione per ritrovare se stesso».

È questo uno dei passaggi più alti della prima lettera enciclica di san Giovanni Paolo II, Redemptor Hominis (04/03/1978, n. 10). La prima enciclica di un papa ha un alto valore simbolico: illustra le linee portanti di un pensiero ed è un programma di azione. Perciò tutto il magistero e l’impegno pastorale di Giovanni Paolo II vanno letti alla luce di questa enciclica e in particolare alla luce del rapporto tra redenzione, liberazione dal peccato e santificazione operate da Gesù Cristo morto e risorto – da un lato – e persona umana e amore – dall’altro.

Ogni persona è amata ed è chiamata a scoprire di essere amata innanzitutto da Gesù Cristo. Facendo esperienza di questo amore ricevuto in modo inatteso, ognuno sarà reso capace di riamare Gesù Cristo e il proprio prossimo. Ordinariamente ognuno di noi fa esperienza dell’amore di Cristo attraverso le membra del corpo di Cristo, cioè la comunità dei credenti, la Chiesa. Questa Chiesa vivente, che siamo noi, riceve l’amore di Cristo e a sua volta lo comunica ai propri contemporanei. Il corpo di Cristo, che è la Chiesa, ci fa scoprire il suo amore, ci inserisce in esso, ci fa crescere nella carità, e ci difende anche da tutte quelle realtà che contraddicono l’amore di carità.

«La Chiesa deve essere consapevole della “situazione” dell’uomo, delle sue possibilità, che prendono sempre nuovo orientamento e così si manifestano; deve essere allo stesso tempo consapevole delle minacce che si presentano all’uomo. Deve essere consapevole, altresì, di tutto ciò che sembra essere contrario allo sforzo perché “la vita umana divenga sempre più umana”, perché tutto ciò che compone questa vita risponda alla vera dignità dell’uomo» (Redemptor Hominis, n. 14). Proprio perché consapevole delle gravi e radicali minacce all’uomo e alla carità Giovanni Paolo II è intervenuto su molti temi. Per amore di brevità mi limito solo a quelli relativi al primo principio “non negoziabile”, cioè la vita fisico-corporea è un bene non disponibile.

Sono interventi magisteriali di singolare solennità e sono contenuti nella lettera enciclica Evangelium Vitae (25/03/1995), all’inizio della quale Giovanni Paolo II ricorda che: «I cardinali, con voto unanime, mi hanno chiesto di riaffermare con l’autorità del Successore di Pietro il valore della vita umana e la sua inviolabilità, in riferimento alle attuali circostanze ed agli attentati che oggi la minacciano» (n. 5).

Poi a proposito dell’aborto diretto insegna: «Con l’autorità che Cristo ha conferito a Pietro e ai suoi successori, in comunione con i vescovi - che a varie riprese hanno condannato l’aborto e che nella consultazione precedentemente citata, pur dispersi per il mondo, hanno unanimemente consentito circa questa dottrina - dichiaro che l’aborto diretto, cioè voluto come fine o come mezzo, costituisce sempre un disordine morale grave, in quanto uccisione deliberata di un essere umano innocente. Tale dottrina è fondata sulla legge naturale e sulla Parola di Dio scritta, è trasmessa dalla Tradizione della Chiesa ed insegnata dal magistero ordinario e universale» (n. 62).

E a proposito dell’eutanasia: «In conformità con il magistero dei miei Predecessori e in comunione con i vescovi della Chiesa cattolica, confermo che l’eutanasia è una grave violazione della Legge di Dio, in quanto uccisione deliberata moralmente inaccettabile di una persona umana. Tale dottrina è fondata sulla legge naturale e sulla Parola di Dio scritta, è trasmessa dalla Tradizione della Chiesa ed insegnata dal magistero ordinario e universale. Una tale pratica comporta, a seconda delle circostanze, la malizia propria del suicidio o dell’omicidio» (n. 65).

In ragione delle parole usate, e cioè l’esplicito riferimento all’autorità di Pietro e dei suoi successori, che hanno il compito di confermare nella fede i fratelli, alla comunione episcopale, al fondamento della legge naturale e della Parola di Dio, questi due insegnamenti sono enunciati di fede, cioè verità proposte dalla Chiesa in modo definitivo e infallibile. Riprendendo le parole della Congregazione per la Dottrina della Fede, Nota dottrinale illustrativa della formula conclusiva della Professio Fidei (29/06/1998, n. 6), si tratta di verità che «non sono formalmente rivelate, ma che sono necessarie per custodire ed esporre fedelmente il deposito della fede [...]. Ogni credente è tenuto a prestare a queste verità il suo assenso fermo e definitivo, fondato sulla fede nell’assistenza dello Spirito Santo al magistero della Chiesa e sulla dottrina cattolica dell’infallibilità del magistero in queste materie. Chi le negasse assumerebbe una posizione di rifiuto di verità della dottrina cattolica e pertanto non sarebbe in piena comunione con la Chiesa cattolica».

Quindi la condanna della gravità dell’aborto diretto e dell’eutanasia è necessaria «per custodire ed esporre fedelmente il deposito della fede». Di fatti queste due pratiche, anche se spesso sono giustificate da scelte di pietà, oltre a negare il principio dell’uguaglianza tra gli esseri umani, impoveriscono i rapporti interpersonali, minano la convivenza civile e sono la negazione fattuale della carità che sa farsi dono all’altro.