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Kenya, buone notizie. Non ci sono scontri

Smentiti - per ora - i timori della vigilia. Non ci sono state le temute violenze a causa del risultato delle elezioni presidenziali, che hanno visto prevalere di misura Uhuru Kenyatta. Il quale però sarà processato dalla Corte penale internazionale.

Uhuru Kenyatta

Non hanno tutti i torti gli africani quando dicono che del loro continente i mass media si occupano solo per riportare cattive notizie. L’Italia, ad esempio, alle prese con i propri guai elettorali, si è interessata assai poco delle elezioni generali svoltesi in Kenya il 4 marzo scorso, mentre quelle precedenti, del 2007, avevano riempito notiziari e giornali italiani per mesi. Il fatto è che nel 2007 i due principali candidati alla presidenza – Mwai Kibaki e Raila Odinga – avevano entrambi rivendicato la vittoria e avevano incitato i loro sostenitori alla rivolta: ne erano seguiti mesi di scontri feroci tra le principali etnie del paese, con circa 1.300 morti e alcune centinaia di migliaia di sfollati.

Invece questa volta il confronto elettorale, finora, si è mantenuto entro i limiti dello scontro politico. Il vincitore, Uhuru Kenyatta, proclamato il 9 marzo quarto presidente della Repubblica, ha subito teso la mano all’avversario sconfitto, Raila Odinga, chiamandolo a lavorare con i vincitori per il bene del paese.  Odinga da parte sua ha annunciato un ricorso alla Corte Suprema denunciando brogli, tanto più importanti da accertare dato che Kenyatta ha vinto al primo turno superando la maggioranza assoluta di soli 4.109 voti e aggiudicandosi il 50,07% delle preferenze. A maggior ragione, inoltre, si richiedono verifiche essendo stato utilizzato il conteggio manuale dopo che il sistema di conteggio elettronico predisposto dalla Commissione elettorale indipendente si era guastato ed essendo pervenuti avvisi di urne smarrite, seggi cancellati, schede in numero superiore a quello dei votanti registrati… Tuttavia, a differenza del 2007, Odinga ha assicurato di voler accettare il verdetto della Corte e ha invitato più volte i propri sostenitori alla calma: “Ogni violenza distruggerebbe la nostra nazione per sempre”.

Il sollievo è immenso visti i timori della vigilia, aggravati da una serie di attentati che nella notte tra il 3 e il 4 marzo avevano provocato 19 morti. “Pessimisti, ansiosi, gufi mediatici e anche noi amanti del Kenya – esulta il portale web della comunità italiana di Malindi, www.malindikenya.net, che ha documentato ora per ora l’andamento del voto – abbiamo con gioia potuto constatare come per ora non si siano verificati incidenti in tutto il Paese”. “Tensioni a Nairobi –  ironizza invece un blogger kenyano – dopo che i corrispondenti della stampa estera, delusi dalla mancanza di cattive notizie, hanno incominciato a picchiarsi l’un l’altro”.

In realtà però, a ben guardare, qualcosa di cui scrivere ci sarebbe: succede spesso in Africa che, a uno sguardo attento, le buone notizie si rivelino non così entusiasmanti come era sembrato a prima vista. “La comunità internazionale dovrà accettare la sovranità e la volontà del popolo keniota” scrive su Facebook Malindikenya e tra i commenti si legge: “le elezioni vanno e vengono, con i loro brogli e scheletri negli armadi, siete messi come noi italiani, con le pezze al culo”.

Il riferimento è al fatto che Uhuru Kenyatta, uno degli uomini più ricchi del paese, grande proprietario terriero nonché figlio del padre della patria e primo presidente dopo l’indipendenza, Jomo Kenyatta, sarà processato a luglio dalla Corte penale internazionale, accusato, insieme a William Ruto a cui tocca la carica di vicepresidente, di crimini contro l’umanità per il ruolo avuto nelle stragi commesse dopo le elezioni del 2007.

Tuttavia la maggioranza dei kenyani lo ha votato e si direbbe anzi che l’iniziativa della Corte penale internazionale abbia giocato a suo favore, suscitando il risentimento di una parte della popolazione: “Non ci importa di quel che dicono gli altri – commenta un elettore, sempre sulla pagina Facebook di Malindikenya – siamo kenyani e sappiamo quel che è bene per noi”. Per la stessa ragione Odinga sarebbe stato danneggiato dalla preferenza espressa dalla Gran Bretagna per la sua persona, vista come un’intromissione indebita.

Di peggio c’è che in realtà sono molti i personaggi politici kenyani implicati nei disordini post elettorali del 2007 e in generale responsabili dell’ostilità e della diffidenza persistenti tra le etnie anche solo per l’abitudine di accusare gli altri – tribù, minoranze straniere, ex potenze coloniali… – dei mali del paese, della povertà persistente, della corruzione e del malgoverno che ne impediscono lo sviluppo.

Lo stesso Odinga, per quanto non incriminato dalla Corte penale internazionale, non si può ritenere estraneo ai disordini post elettorali del 2007. Nel governo di unità nazionale con cui i contendenti si sono poi spartiti l’apparato statale mettendo fine al conflitto, ha dovuto accontentarsi della carica di primo ministro: retribuita però con uno stipendio annuo di 427.886 dollari, il che ne ha fatto il terzo leader politico meglio pagato al mondo, più del presidente degli Stati Uniti che ne guadagna 400.000.

Ma soprattutto la cattiva notizia è che né Kenyatta né Odinga hanno presentato dei veri e propri programmi politici durante la campagna elettorale, evidentemente puntando come sempre sulla carta dell’identità etnica: un kikuyu, il primo, un Jaluo, il secondo, etnie da sempre antagoniste in un paese in cui la conflittualità etnica è tuttora endemica e provoca uno stillicidio di vittime che ogni anno si contano a centinaia, se non a migliaia.