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Joseph, l'umanità che vince sul buonismo post cristiano

Con questo suo ultimo romanzo, Io mi chiamo Joseph, edito da Ares, scopriamo la scrittrice Silvana De Mari come grande maestra di umanità. Una storia di straordinaria normalità, una storia in cui la banalità del male che ormai dilaga inarrestabile trova un ostacolo nell’ostinata volontà di bene che sopravvive in figure semplici.

Nel corso degli anni abbiamo imparato a conoscere Silvana De Mari come maestra della Fantasia, come grande autrice di romanzi dell’immaginario, dalla saga degli Ultimi a quella di Hania. Oggi, con questo suo ultimo romanzo, Io mi chiamo Joseph, edito da Ares, la scopriamo grande maestra di umanità.

In realtà, niente di nuovo: chi ben conosce i suoi capolavori, come L’Ultimo Elfo, sa bene che la Fantasy di Silvana non appartiene certo al genere dei vari giochi di troni che oggi vanno per la maggiore, pieni di orrori e vuoti di speranza e persino di sentimento. La scrittrice torinese ha sempre intinto la sua penna nei valori profondi umani e cristiani, anche per parlare di orchi ed elfi. Ora lo fa per parlarci della realtà in cui siamo immersi nella quotidianità.

Io mi chiamo Joseph è una storia di straordinaria normalità, una storia in cui la banalità del male che ormai dilaga inarrestabile trova un ostacolo nell’ostinata volontà di bene che sopravvive in figure semplici, che di epico hanno ben poco, ma che sanno compiere piccoli gesti che possono salvare una vita, che possono tenere accesa la fiammella della speranza.

Joseph è un africano quattordicenne, arrivato in Italia coi traffici clandestini. L’immigrazione di massa e incontrollata ha portato anche lui nel nostro Paese. E alla faccia delle ideologie immigrazioniste per le quali ci sono “i migranti”, utili alla sostituzione etnica degli abitanti della Penisola, Joseph è una persona, un volto, una storia precisa, un nome, Joseph, appunto.

In mano agli sfruttatori dei minori - una piaga mai sufficientemente denunciata e combattuta -, Joseph diventa solo uno schiavo, un’anonima pedina nelle mani di belve umane, peggiori degli stessi orchi di cui Silvana De Mari ci ha raccontato. Poi un giorno accade qualcosa. L’ennesimo piccolo furto, l’ennesimo episodio della vita squallida che il ragazzino africano conduce, sempre più abbruttito, costretto a vivere come un animale in quei luoghi che recenti episodi di cronaca nera ci hanno rivelato esistere accanto a noi, alle nostre case. Joseph emerge dal degrado dei tuguri, dei materassi lerci sui pavimenti, dai cumuli delle bottiglie di birra, per incontrare - e non per caso - un frammento di umanità autentica. Niente di speciale, intendiamoci. Niente eroi o cavalieri.

Un appuntato dei Carabinieri che forse non è Sherlock Holmes ma sa fiutare sia la presenza del crimine che la sopravvivenza del bene in un piccolo delinquente come Joseph, oppure un veterinario che al ragazzo ricorda un Panda grosso e buono. Gente comune, ma capace di tirare fuori un eroismo inaspettato, alla buona, stile Sam Gamgee. 

E Joseph? I lettori del romanzo non si aspettino stucchevoli letture sociologiche, interpretazioni delle difficoltà di inserimento in una società che si riempie la bocca di parole come “accoglienza” o “inclusione”. Joseph è un escluso, e non sono certo i patetici tentativi buonisti di alcuni personaggi a potergli cambiare la vita. Joseph viene dall’inferno, un inferno che nessun buonista può comprendere: è un sopravvissuto alle stragi di Cristiani avvenute in Nigeria. Il ragazzo ha visto e udito quello che il Male può produrre nell’uomo, rendendolo la belva più spietata. Ma anche in lui può albergare il male: anche lui - una vittima - è segnato come tutti dal peccato originale. Anche lui, come tutti, è chiamato a scegliere. Una scelta che non si può certo fare da soli.

Il romanzo ci mostra Joseph inserito nel “gruppo dei pari”, ovvero i preadolescenti e gli adolescenti di oggi, una generazione abbandonata dagli adulti, sempre più irresponsabili, fragili, inconsistenti o dannosi per sé e gli altri. Joseph, che si è trovato con i genitori assassinati, vede i suoi coetanei con i genitori divorziati, cresciuti soli nelle “famiglie allargate”, vede ragazze avviate verso una autodistruttiva anoressia, vede un’Italia rimbambita e priva di valori. Ma incontra anche chi è capace di insegnargli qualcosa, di mostrargli una via d’uscita, trova una possibilità di uscita dal tunnel. 

La trama quindi si snoda tra le varie tappe di questo percorso di resistenza umana, raccontato dall’Autrice col suo consueto linguaggio che ci regala tocchi di umorismo e tanta epicità, una epicità consapevole che la vita è una cosa seria e bella, che è un dono che non va sprecato.

In uno scenario decisamente post cristiano come quello della città italiana in cui Joseph vive - una delle tante dove Cristo è stato dimenticato -, si fa strada la preenza del Soprannaturale, di una Provvidenza che non lascia solo nessuno dei suoi figli, nemmeno un piccolo sconosciuto relitto umano come Joseph, destinato al fallimento. Il finale lo lasciamo tutto al lettore, che arriverà in fondo al libro in un fiato, sicuramente colpito e commosso.