• ILLUSIONI

Iran, Rouhani non è un pacifista

Il presidente iraniano Rouhani non usa argomenti molto diversi da quelli del suo predecessore Ahmadinejad. Però i media (e Obama) gli credono. Anche se l'oggetto del contendere, il programma nucleare, non dipende da Rouhani, bensì dall'ayatollah Khamenei.

Hassan Rouhani

La telefonata di Barack Obama al presidente iraniano Hassan Rouhani (riguardante un prossimo accordo diplomatico sul nucleare iraniano) è stata subito definita “storica” dai media. Così come è stato definito “storico” il discorso tenuto dal nuovo capo di governo di Teheran all’Onu, in cui ha condannato l’Olocausto quale “grave crimine contro gli ebrei” e ha definito l’arma atomica come “non necessaria” alla difesa della sicurezza iraniana.

Il pericolo dell’atomica iraniana è diventato evidente nel 2002, quando dissidenti interni fornirono dati sul progresso di un programma nucleare segreto che poi si rivelò vero. Divenne eclatante nel 2005, con l’ascesa al potere del presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad, che all’azione combinò la retorica incendiaria: oltre a portare avanti il programma, si mise a dichiarare ai quattro venti la volontà, sostenuta con religiosa determinazione, di porre fine allo Stato ebraico e di esportare la rivoluzione islamica sciita in tutti gli angoli del mondo. La politica contemporanea è fatta di immagine, più ancora che di azioni e i discorsi di Ahmadinejad fecero più scalpore ancora dell’esistenza di un programma atomico segreto, contribuendo a sensibilizzare l’opinione pubblica internazionale sulla questione iraniana. Sempre in termini di immagine, il moderatismo delle parole di Rouhani fa pensare che la crisi sia finita, anche se il programma atomico continua, esattamente come ai tempi di Ahmadinejad e prima ancora di lui.

La dicotomia fra parole e azioni è motivata dalla stessa struttura duale del potere iraniano. Il programma atomico non è di competenza del presidente, bensì della Guida Suprema, l’ayatollah Alì Khamenei. Una figura istituzionale che raramente si confronta con i leader occidentali, funge da guida spirituale, politica e militare agli sciiti e si rivolge a loro con un linguaggio che (non solo per una questione di idioma) è incomprensibile all’Occidente. Alì Khamenei non ha mai fatto mistero di credere nell’imminente ritorno del XII Imam, celato, secondo la tradizione sciita, sin dall’Occultamento nell’872. Il ritorno del XII Imam, il Mahdi, ristabilirà l’ordine nel mondo sotto la legge islamica. Ma il suo avvento sarà preceduto da un periodo di estremo disordine e conflitto. Nell’immaginario iraniano rivoluzionario, vi sarà uno scontro finale con Israele (piccolo Satana) e con gli Stati Uniti (grande Satana). La stessa rivoluzione iraniana rientra in questa visione messianica della religione. L’Iran si doterà della sua bomba se Khamenei (e non il presidente) la riterrà necessaria a superare la fase di caos che precederà l’ordine islamico.

In questo quadro, la figura del presidente è secondaria. È un portavoce della politica estera, obbligato a usare un linguaggio aggressivo o distensivo a seconda dei rapporti di forza contingenti. Il presidente mira alla distensione, quando l’Iran è debole e i suoi nemici sono sostenuti dall’opinione pubblica internazionale. Parla in termini aggressivi, al contrario, quando può permetterselo: quando, cioè, l’opinione pubblica internazionale è polarizzata, divisa in fazioni l’un contro l’altre armate. Il primo presidente che dovette affrontare la pressione internazionale sulle armi nucleari fu il moderato Mohammad Khatami. Dialogava con l’Occidente e costruiva l’atomica. Negli anni in cui, dopo l’11 settembre, le maggiori potenze solidarizzavano con gli Stati Uniti, non poteva fare altro. Il secondo fu Ahmadinejad: sfidava l’Occidente e costruiva l’atomica. Nel mondo lacerato dall’intervento anglo-americano in Iraq, poteva permetterselo. Questo terzo presidente dell’“era nucleare”, Hassan Rouhani, segue maggiormente il corso di Khatami, sotto cui era negoziatore proprio sulla questione atomica. Come ricorda Fiamma Nirenstein nel suo ultimo editoriale pubblicato su Il Giornale, di ieri, Rouhani in quel periodo disse con una chiarezza disarmante: «Parliamo con gli europei a Teheran e istalliamo strutture a Ishfahan. Creando un ambiente rilassato, siamo riusciti a finire il lavoro». Lo disse nel 2005: parole di pace per celare intenzioni aggressive. Intenzioni di cui Rouhani non fa neppure mistero. Basta ascoltare quel che disse lo scorso agosto, quando dichiarò «Il regime sionista è una ferita inflitta da anni sul corpo del mondo musulmano che va mondata». Per quanto riguarda il programma nucleare, Rouhani, appena una settimana fa dichiarò a Teheran che il mondo avrebbe dovuto riconoscere, «il diritto ad arricchire l’uranio all’interno del proprio territorio e nell'ambito di regole internazionali». L’arricchimento dell’uranio è un processo fondamentale per la costruzione di armi atomiche, più ancora che per la fabbricazione di materiale combustibile per le centrali atomiche.

A voler ben vedere, anche gli argomenti distensivi usati da Rouhani all’Onu sono tutt’altro che nuovi. Il presidente iraniano non ha negato l’esistenza storica del genocidio degli ebrei. Ma nessuno lo aveva fatto. Lo stesso Ahmadinejad metteva in discussione il numero di morti nella Shoa, non la sua stessa esistenza. Ma, più che a cambiare il conteggio delle vittime, la storiografia iraniana mira a distorcere un altro aspetto della storia della Shoa: la identifica come una mera giustificazione per la colonizzazione ebraica della Palestina. E su questo punto, nemmeno Rouhani ha fatto marcia indietro. Sul programma atomico, anche lo stesso Ahmadinejad aveva sempre dichiarato la sua natura “pacifica”. Sia Ahmadinejad che Rouhani dichiarano l’illegittimità delle armi di distruzione di massa. Entrambi citano una fatwa (editto religioso) emessa da Khamenei nel 2005 contro il loro uso. Un editto ben misterioso, foriero di molti dibattiti sia sul suo reale contenuto che sulla sua stessa esistenza (non è mai stato ufficialmente pubblicato), citato più dal governo che non dallo stesso Khamenei. I media non credevano ad Ahmadinejad. Oggi credono a Rouhani, che dice le stesse cose in un tono leggermente diverso. Obama vuole credere alla controparte di Teheran: dopo aver rischiato di passare per guerrafondaio sulla Siria, ha bisogno di ripristinare la sua immagine di premio Nobel per la Pace, dunque vuole telefonate e strette di mano storiche da mostrare al mondo. Da oggi in poi l’ordine di scuderia sarà quello di parlare di un Iran “pacifico”, indipendentemente dalle sue reali (e misteriose) intenzioni.