• L'ATTRICE BEATRICE FAZI

"Io valgo il sangue di Cristo. Così dissi no alle avance"

Un'avance molesta, il rifiuto e la riscoperta della propria dignità: "Perché noi valiamo il sangue di Cristo". La Nuova BQ intervista l'attrice Beatrice Fazi sul caso delle molestie nel cinema: "La fede ha cambiato il mio rapporto con gli altri partendo dalla scoperta della verità su me stessa. Vendicarsi rovinando la vita agli altri alimenta solo odio". 

Beatrice Fazi

“Né vendette né facili scappatoie. La dignità dobbiamo scoprirla prima di tutto su noi stessi, perché noi valiamo il sangue di Cristo”. Sono le parole dell’attrice Beatrice Fazi sui recenti casi di molestie che dagli Stati Uniti stanno infiammando il dibattito anche in Italia dopo la massiccia campagna stampa – ma non giudiziaria – che vede protagonista il regista Fausto Brizzi, accusato da diverse attrici di molestie. La simpatica Melina di Un medico in Famiglia si è confidata in questa intervista alla Nuova BQ entrando in punta di piedi, ma senza fare sconti alla verità, su un argomento che i giornali stanno trattando con furore e poco rispetto umano verso tutti i protagonisti.

Perché anche Beatrice ha dovuto fare i conti con la verità quando ha capito che la sua vita non era libera, ma soggiogata a quei demoni del successo e dell’egoismo dove si infiltra molto spesso una falsa idea di libertà sessuale che sembra potersi concedere tutto. Oggi Beatrice è prima di tutto una sposa e una madre felice, che di mestiere fa l’attrice, come dice lei, per regalare agli altri un sorriso e uno sguardo sulla realtà. Le ferite del passato sono state guarite con la medicina della fede e del perdono, non certo con la vendetta nei confronti di chi ha approfittato delle ingenuità e delle immaturità che nel mondo del cinema vivono autoalimentandosi accanto alle illusioni delle luci della ribalta.

Beatrice, molte sue colleghe stanno aprendo il vaso di pandora su un mondo che non è così luccicante come sembra.
Ciò che mi preme è guardare quello che accade attorno a me con uno sguardo diverso, è quello che sto imparando ad avere grazie alla conversione. Oggi abbiamo due fazioni che si contrappongono: il “mostro” molestatore e la ragazza che lo accusa che ne è la vittima. Si tratta di parti in scena troppo rigide, perché la realtà è molto più complessa.

Che idea si è fatta?
Io mi domando: che impatto ha su di me? Anche io mi sono trovata in questa situazione e che cosa ho capito?

Sta dicendo che è stata molestata anche lei?
Molestata è una parola che non sento mia, mi sono trovata in certe situazioni, ma ho saputo dire di no.

Vuole parlarcene?
Non è un mistero, l’ho raccontato anche recentemente dal mio profilo Facebook. Ero giovanissima, appena arrivata a Roma e con il sogno di diventare un’attrice. Un attore mi chiese il numero e mi promise un ingaggio. Acconsentii. L’appuntamento era davanti al cavallo della Rai, sono salita in auto con lui e mi ha portato in un luogo isolato.

Immagino non per parlare di cinema…
Si approcciò a me cercando di baciarmi. Io mi ritrassi e gli feci capire che non ero disposta a questi compromessi. Mi scaricò davanti alla prima fermata della metro e non lo vidi più. Fu una molestia? Non lo so, però seppi dire di no. E sa che cosa ho capito?

Cosa?
Che certe situazioni hanno smesso di accadermi quando ho riconosciuto a me stessa una dignità che mi ha tolto da una situazione di sudditanza. Non vale solo per noi attrici, ma anche per le infermiere, per le badanti, per le donne delle pulizie, per tutte le donne che ricevono ordini e vivono rapporti di sudditanza. E’ il complesso di inferiorità spesso a generare questi episodi, si vive come quando a scuola si aveva paura a dire al professore di non aver capito la lezione perché si temeva di essere fuori luogo.

Però se un’attrice vive un’avances come una molestia non si può sindacare…
Certo, ma è inutile vendicarsi sul molestatore di turno, perché può essere brutto umanamente, certo, ma vorrei mettermi nei panni di queste ragazze e chiedermi: adesso che ho distrutto la vita ad un uomo la mia vita è più bella? E’ più piena? No, non serve a nulla alimentare questa vendetta che non è giustizia, ma è tenuta viva da un pubblico che diventa voyeuristico.

Sta dalla parte di Brizzi?
Non sto dalla parte di nessuno. Mi sto solo interrogando perché come tutti sono in cammino. Questo è un mondo dove basta accusare l’altro per avere le copertine dei giornali, ma mi chiedo in quanti e quante sono disposti a cambiare davvero cominciando da sé stessi.

Non teme di fare una morale facile?
Io sono la prima che deve tacere, ho fatto molto di peggio nella mia vita: sono stata l’assassina di un bambino che portavo nel grembo e ho conosciuto la grazia della misericordia di Dio. Chi sono io per distruggere la vita di un altro uomo?

Ma la rabbia…?
…Capisco la rabbia e il disprezzo, però non posso giustificarli né imporli, io non sono una maestra proprio di niente, ma ho il dovere della testimonianza perché la mia vita ha iniziato ad avere una svolta quando ho capito che valeva, che era amata.

Che cosa vorrebbe dire alle attrici che hanno sollevato il caso di Brizzi?
Che il loro valore, la loro umanità è amata e non dipende da quanto riescono a vendicarsi. Le invito a fare un percorso di scoperta del perdono e di sé stesse.

E a Brizzi?
Provo compassione per la moglie, per la figlia, non getto la croce addosso a nessuno, ma prego che finisca la spirale di questo individualismo antrocentrico, come diceva don Benzi, dove ciò che conta è la felicità personale e egoistica che si afferma sugli altri.

Ma da qualche parte la felicità andrà trovata…
Chi vuole essere cristiano capovolge le proprie aspettative. Sa quante volte mi sono vista passare davanti nei ruoli...

Allora è vero quello che dicono, non è una leggenda nera?
Non so se è perché in un certo giro non ci sono mai entrata, ma vivo questo con gioia e libertà.

Lei ha parlato della dignità. Quando l’ha scoperta ha visto che gli sguardi di chi aveva intorno cambiavano?
In parte sì, ma questo è ancora un mondo in cui pensano che tu sia un illuso, un naif. E vieni escluso, ma non importa, perché tu stai facendo un’altra corsa.

Quale?
Stare al mio posto, dove il Signore mi ha messo senza sentirmi migliore di nessuno, ma nemmeno piangermi addosso. So che c’è chi potrebbe ricordami la favola della volpe e dell’uva, ma non è un mio problema. Non più, da quando capisci che Cristo ha dato la vita per te pagandoti a caro prezzo. E’ questa la libertà di continuare a fare questo mestiere di attrice nella libertà di potersi realizzare come moglie, come madre, come catechista, come amica, scrivendo un libro, vivendo una vita alla continua ricerca della Verità senza voler per forza mantenere uno status o recitare il copione della vita.

Che cosa vuol dire fare l’attore, allora?
Impastare la tua anima con la realtà, raccontarla emozionando, donando un sorriso o una lacrima di commozione. Quando si comprende che la finzione di un personaggio teatrale non è l’affermazione a tutti i costi di sé stessi, si è la donna più felice del mondo.

Oggi è ancora possibile?
Oggi è molto difficile perché nelle fiction è tutto molto veloce, frenetico, legato spesso all’apparenza. Ma il Signore ti coccola e ti dà delle conferme, come quando ho incontrato Salvatore Striano o adesso che sto portando in scena al Teatro7 di Roma Tre stremate e un maggiordomo. E’ un testo in cui affrontiamo con semplicità e ironia anche il tema della violenza, perché la donna può scatenare un odio peggio del suo aguzzino, il male richiama il male. Invece questa catena va spezzata e questo è il riflesso anche della mia vita: più mi abbasso nell’umiltà senza rinunciare a quella dignità, più tocco vette belle in termini di relazioni: col pubblico, coi colleghi, coi registi per i quali ti metti a servizio in senso buono. E’ quando il desiderio di elevare l’altro ti spinge ad un sacrificio grande che senti di percorrere le vie della felicità.