• IL FATTO

Integrazione negata dal 'mito del buon migrante'

Migranti in Libia in attesa di partire

Le storie personali dei quattro ragazzi (tre minorenni) protagonisti degli stupri di Rimini stanno occupando le prime pagine dei giornali. In particolare quella dei due fratelli marocchini (15 e 17 anni), nati e cresciuti in una famiglia le cui vicissitudini spiegano meglio di qualunque altra cosa la schizofrenia tutta italiana davanti al fenomeno dell’immigrazione.

Detto molto in breve: c’è un padre pregiudicato già espulso molti anni fa, poi rientrato in Italia per decisione di un giudice, probabilmente in base al principio del ricongiungimento familiare, ma ora con il permesso scaduto; c’è una madre sotto procedimento per stalking e violenze varie, e due dei quattro figli (i presunti protagonisti degli stupri) già noti alla polizia per bullismo e violenze di vario tipo. Che questo simpatico clan familiare avesse il diritto di stare ancora in Italia ha del surreale. 

Però a questo punto, considerato il dibattito attuale sull’immigrazione, proviamo a farci una domanda: per evitare quanto accaduto a Rimini (e accade da tante altre parti) sarebbe stato meglio espellere dall’Italia persone non in regola e già più volte denunciate oppure garantire la cittadinanza alla nascita dei due futuri stupratori pensando che questa sia la ricetta magica per garantire l’integrazione?

Con buona pace del ministro della Giustizia Andrea Orlando, che ieri ha ribadito che lo ius soli è necessario perché «è un percorso di doveri» che evita la marginalizzazione, la realtà dice tutt’altro. Per integrare ci vuole ben altro, a comonciare dalla volontà di chi si deve integrare. Ma sembra che in Italia si faccia proprio fatica a capire concetti elementari.

Ieri, gli inquirenti che hanno interrogato i ragazzi responsabili delle violenze, si stupivano per la loro mancanza di pentimento. Sarebbe stato stupefacente il contrario. Lo ha spiegato molto chiaramente la giornalista di origine marocchina Souad Sbai nell’intervista a La Nuova BQ: se in certe culture si cresce nella convinzione che violentare una europea, una cristiana, non faccia problema, perché poi stupirsi delle conseguenze? Come ci si può pentire di un’azione che ti è stata insegnata come corretta?

Se si vuole davvero favorire l’integrazione, oltre a far rispettare le leggi senza compiacenze “culturali” ed espellere chi si macchia di crimini, è necessario svolgere una grande opera di educazione per chi resta sul suolo italiano. Non si può fare finta che tutte le culture siano uguali o, peggio, che l’immigrato abbia sempre ragione perché è povero ed è così per colpa nostra. Questo è il vero razzismo: negare che l’altro – l’africano, l’asiatico - abbia una responsabilità, una coscienza; negare che abbia la libertà di decidere di agire in un modo o in un altro, con tutte le conseguenze del caso. 

Quella dei poveri migranti che sono solo vittime della nostra chiusura, è la narrazione che ora viene usata anche per raccontare le conseguenze dei presunti accordi tra Italia e milizie libiche per bloccare le partenze dalla Libia alla volta delle nostre coste. Così si è cominciato a parlare delle condizioni disumane a cui sono costretti coloro che sono bloccati in Libia impediti di partire per l’Italia.

Avvenire ha deciso di inviare un suo giornalista a verificare cosa accade dall’altra parte del Mediterraneo. E ci racconta cose agghiaccianti: violenze di ogni genere su tutti, persone ridotte in schiavitù, ragazze sistematicamente violentate che arrivano a suicidarsi per sfuggire ai loro aguzzini, un panorama terribile. Racconti realistici che, probabilmente, riescono a dare solo una vaga impressione della realtà infernale in cui queste persone si trovano a vivere. Il lavoro di Avvenire nel documentare questa realtà su cui magari vorremmo chiudere gli occhi è meritorio; se le stime riportate dal quotidiano dei vescovi sono corrette sarebbero tra gli 800mila e un milione i migranti attualmente fermi in Libia. 

Ma il motivo di questi servizi e il giudizio che vogliono indurre è fuorviante e mistificatorio. L’idea che Avvenire vuole trasmettere è: vedete che succede a bloccare le partenze dalla Libia? Siamo noi italiani, anzi quelli che vogliono fermare i viaggi nel Mediterraneo, la causa di tutte queste violenze. E infatti si parla ripetutamente di migranti “intrappolati”, fermati in Libia da chi non li vuol fare più partire alla volta dell’Italia.

Quello che Avvenire dimentica di dire è che questa situazione esiste non perché adesso si bloccano le partenze dalla Libia ma perché per anni si è alimentato questo indegno traffico di esseri umani con l’ideologia dell’accoglienza "senza se e senza ma". Gonfiando le tasche di assassini e terroristi. Tanto è vero che se i numeri forniti da Avvenire sono corretti, al ritmo degli sbarchi degli ultimi tempi ci vorrebbero almeno quattro anni per smaltire quel milione di “intrappolati”, senza contare tutti quelli che nel frattempo si aggiungerebbero. E pensano forse i nostri vescovi che in questi quattro anni sarebbero tutti ospitati in hotel a cinque stelle in comoda attesa del proprio turno di imbarco? E che i vari trafficanti siano diventati improvvisamente cattivi a causa degli accordi per bloccare i porti di partenza? Ma in che mondo vivono?

Laddove non arrivano i nostri cattolici adulti, arrivano però le stesse vittime del traffico di esseri umani. È proprio di ieri un articolo del quotidiano francese Le Monde che racconta della nascita di una associazione in Gambia per scoraggiare le partenze dei propri connazionali verso l’Europa. Si chiama “I giovani contro la migrazione illegale” ed è stata fondata da alcuni migranti che hanno vissuto in prima persona l’inferno che tocca a chi si illude di una facile vita in Europa.

Lo ha raccontato uno di loro, Karamo Keita, 27 anni, un inferno iniziato nell’attraversamento del deserto del Sahara e finito in Libia: derubato dei vestiti, picchiato, ridotto in schiavitù e infine costretto a tornare in Gambia. E come lui gli altri che hanno dato vita all’associazione, che vuole sfatare il mito della vita facile in Europa, alimentato da trafficanti interessati. E chiede piuttosto che sia il governo del Gambia a fare qualcosa per garantire un lavoro ai suoi giovani. È un segnale che va nella giusta direzione, è anche ciò che alcuni episcopati africani stanno facendo, preoccupati di veder partire le forze migliori dei propri paesi.

Chissà quanto tempo ci vorrà ancora prima che i nostri profeti del dialogo e dell'ascolto captino finalmente le voci che arrivano da questi paesi.