• EDITORIALE

In centomila ci interrogano

Tanti sono i cristiani uccisi nel mondo nel 2012, in maggioranza nei paesi islamici. Ma anche in Occidente aumentano i casi di discriminazione e intolleranza, e soprattutto il pregiudizio anti-cristiano che vi domina, impedisce alla diplomazia occidentale di muoversi per rispondere a questa «emergenza mondiale».

Persecuzione dei cristiani

Dopo le vittime in Nigeria nella notte di Natale, a Santo Stefano è stata uccisa una ragazza cristiana nel sud ovest del Pakistan. Sono soltanto gli ultimi due casi clamorosi di uccisione di cristiani balzati alla ribalta della cronaca. Ma per due casi che si vengono a sapere, molti di più sono quelli che effettivamente accadono e di cui non trapela neanche il nome della vittima.

Secondo il Center for Study of Global Christianity sono 100mila i cristiani uccisi nel mondo nel 2012, a motivo della loro fede: uno ogni 5 minuti. Massimo Introvigne, sociologo e nostro collaboratore, già l’anno scorso aveva spiegato attraverso La Bussola Quotidiana, la fonte e il metodo di ricerca che rende affidabili questi dati.

Sembra davvero una cifra incredibile, eppure non sorprende così tanto se appena si conosce la situazione in tanti paesi del mondo. Lo stesso istituto che ha pubblicato la cifra si è premurato di spiegare che sono soprattutto 3 le aree mondiali dove maggiormente si concentra la persecuzione contro i cristiani: i paesi islamici, anzitutto; il fondamentalismo islamico è sicuramente la voce principale che ricorre nel rapporto e la cosiddetta “Primavera araba”, che sta facendo trionfare nei paesi chiave i fondamentalisti islamici, sta peggiorando la situazione; poi ci sono i paesi del vecchio blocco comunista – Cina, Corea del Nord e Cuba – che comunisti sono rimasti; infine ci sono i nazionalismi etnici – vedi la “tollerante” India – che periodicamente provocano esplosioni di volenza anti-cristiana in barba a chi in Italia sogna un induismo e un buddhismo assolutamente tolleranti e accoglienti. Tradotto in numeri vuol dire che circa 200 milioni di cristiani, quasi tutti in Africa e in Asia, soffrono a causa della religione. Cosa che ha fatto dichiarare a Introvigne – ai microfoni di Radio Vaticana  - che «la persecuzione dei cristiani è oggi  la prima emergenza mondiale in materia di violenza e discriminazione religiosa. Non vi è alcun altra fede che sia così combattuta , sino al tentativo di   genocidio  in massa dei suoi aderenti». 

Parole forti, ma assolutamente realistiche. A questo quadro, già di per sé drammatico, si deve aggiungere che anche nei paesi occidentali c’è una tendenza preoccupante alla discriminazione e all’intolleranza nei confronti dei cristiani, molto spesso in nome dell’accoglienza degli immigrati. «Non a caso – ha dichiarato Introvigne a Radio Vaticana -  nel discorso degli auguri di Natale alla Curia Romana di qualche giorno fa, il Papa si è soffermato sui pericoli e su, per così dire, una dittatura culturale, esercitata da una specifica ideologia , quella del “gender”. Queste ideologie, evidentemente, si sentono minacciate dalla voce dei cristiani e dalla voce della Chiesa e, quindi, le loro lobby mettono in atto campagne di intolleranza e di discriminazione».

Ma a questo si deve aggiungere che proprio il pregiudizio anti-cristiano – e soprattutto anti-cattolico – che domina in Occidente, rende ancora più difficoltoso l’intervento dei paesi occidentali per fare pressione sui governi che violano palesemente la libertà religiosa. Così la persecuzione dei cristiani in Africa e in Asia non è mai sul tavolo dei leader europei, affinché si intervenga efficacemente e tempestivamente.
La questione dovrebbe essere invece centrale nei colloqui diplomatici, non solo perché si tratta di cristiani, quanto per il fatto che la libertà religiosa si dimostra ancora una volta la prima di tutte le libertà e difendere la libertà dei cristiani significa difendere la libertà di tutti.