a cura di Stefano Fontana
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Il sociale è ancora da “evangelizzare”?

Nel blog precedente ci siamo soffermati sulla pastorale sociale: come la intende “Aggiornamenti sociali” e come la intendiamo noi. E abbiamo visto che c’è una bella differenza. Possiamo ora proseguire il ragionamento chiedendoci se la Chiesa oggi pensi ancora di avere il compito di “evangelizzare il sociale”. Ricordo che nel 1992 la Commissione della CEI per i problemi sociali e il lavoro, aveva pubblicato nientemeno che un Direttorio di pastorale sociale appunto dal titolo “Evangelizzare il sociale”. Ricordo anche che allora il Direttore dell’Ufficio nazionale era Mons. Giampaolo Crepaldi, che l’anno successivo divenne Sottosegretario del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace. Due anni fa, Mons. Crepaldi, ora vescovo di Trieste e fondatore e presidente dell’Osservatorio Cardinale Van Thuân, ha pubblicato un libro dal titolo molto stimolante: “La Chiesa italiana e il futuro della pastorale sociale” (Cantagalli, Siena 2017), nel quale fa la storia critica – da lui stesso vissuta in prima persona – della pastorale sociale da quel 1992 ad oggi. Alla domanda circa cosa sia rimasto del documento “Evangelizzare il sociale” del 1991 egli dice che di fatto è rimasto ben poco in quanto la prospettiva della evangelizzazione del sociale si è progressivamente indebolita, anche se essa rimarrà sempre perché connessa con l’essenza e la missione della Chiesa. Il suo consiglio è che a farsi carico di questa prospettiva siano ora soprattutto i laici. Invito a leggere quel piccolo ma molto istruttivo libretto.

Sembrerebbe quindi che oggi la Chiesa non intenda più “evangelizzare” il sociale: scopo della presenza dei cristiani nel mondo è sostenere il lavoro, salvare l’ambiente, sostenere la democrazia, combattere il populismo, incentivare l’accoglienza degli immigrati, creare la società multiculturale e multireligiosa, difendere i diritti,  applicare la Costituzione, sostenere l’Unione Europea, condannare le identità come forme di nazionalismo … come anche abbiamo visto nell’articolo di “Aggiornamenti sociali” commentato in precedenza. La Chiesa non dovrebbe annunciare Cristo nelle realtà temporali, come dice il numero 55 della Centesimus annus, ma aiutare gli uomini in difficoltà là dove essi si trovano.

In questo modo il messaggio cristiano diventa un umanesimo, per di più molto generico e allineato in modo da non infastidire. Le Scuole di formazione delle diocesi non propongono ormai più nessun tema legato alla evangelizzazione, ma propongono Scuole di politica e di etica sociale. Il bello è che sono proprio le nuove correnti teologiche a dire che il cristianesimo non è un’etica, poi però lo riducono esse stesse ad etica. Dicono che non è un’etica per negare così la legge naturale, poi dicono che è un’etica per secolarizzarlo, riducendo il bene comune ai suoi soli contenuti umanistici.  A questo oggi è ridotta la Dottrina sociale della Chiesa.

Certo, si capiscono bene i motivi per cui si evita ormai sistematicamente – e guai a chi trasgredisce! – di parlare di “evangelizzazione del sociale”. Bisognerebbe di conseguenza parlare di ordine sociale voluto da Dio nella creazione, di doveri della politica verso la religione cattolica, di dipendenza del piano naturale della politica da quello soprannaturale, della fonte divina della autorità … e così via, ossia di tutta una serie di concetti validi fino a ieri, da sempre insegnati dal Magistero, ma in contrasto con la neo-teologia cattolica rahneriana e kasperiana.

A leggere i programmi di alcune Scuole di formazione all’impegno politico delle diocesi si prova sconforto: non vi si trovano molti elementi cattolici e a fare da relatori vengono chiamati “esperti” inattendibili dal punto di vista della Dottrina sociale della Chiesa.