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Il rischio di morire da italiani per il jihad

Giuliano Delnevo ha perso la vita combattendo in Siria a fianco dei ribelli. Sembra assurdo, eppure sono centinaia i giovani europei che hanno fatto lo stesso percorso di indottrinamento, convinti della bontà della causa del jihad.

Giuliano Delnevo

“La vita è più bella del paradiso”, titolava nel 2002 uno straordinario libricino autobiografico dell’egiziano Khaled al-Berry. L’autore, ex membro del gruppo estremista islamico Gamaat al-islamiyya, descriveva con questa espressione la sua scelta di uscire dalla spirale della cultura della morte e del non pensiero per vivere all’insegna della sacralità della vita. La notizia diffusa ieri della morte del primo combattente italiano in Siria ha riportato alla memoria il volume di al-Berry. Sembra assurdo che un ventenne genovese, convertito all’islam, abbia deciso di andare a combattere il jihad in Siria perdendovi persino la vita. Eppure sono ormai centinaia i giovani, tra cui molti cittadini europei, ad avere fatto lo stesso percorso partendo dal Belgio, dalla Gran Bretagna, dalla Francia, dalla Germania e dall’Olanda. Giovani indottrinati e convinti della bontà della causa del jihad tanto da mettere a repentaglio la propria esistenza.

Giampiero Massolo, direttore del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza (Dis), in una dichiarazione riportata da Il Giornale, ha sottolineato che l'Italia non è un "bacino di reclutamento" e che il rischio di una radicalizzazione autonoma è però presente. Gabriele Delnevo, questo il nome del genovese, è forse un lupo solitario, un caso isolato, ma non dimentichiamo che circa una settimana fa è stato arrestato a Brescia un ventunenne marocchino fondatore di Sharia4Italy, movimento salafita diffuso a livello europeo che professa l’introduzione della sharia in Europa. Significa che in Italia, pur non essendoci ancora una rete organizzata delle idee jihadiste, esistono sia semi sia terreno fertile per queste idee.

Il caso di Delnevo ci conduce comunque a un’ennesima riflessione sulla questione siriana e sulla sua “islamizzazione”. Il jihad  tra sunniti e sciiti è stato dichiarato il che, dal punto di vista islamico, significa che non tutti i musulmani partiranno per la Siria, ma quelli che si riconosceranno nella causa diventeranno parte attiva del guerra che tormenta il paese di Assad da più di due anni. Interessante e decisamente da non trascurare è il fatto che a inneggiare al jihad non siano stati solo i salafiti, ma anche i più alti esponenti del movimento dei Fratelli musulmani, da molti in occidente considerato moderato. Il 12 giugno scorso al Cairo si è tenuto un incontro tra esponenti del mondo sunnita presieduto dal teologo dei Fratelli musulmani Yusuf al-Qaradawi in cui si è dichiarato senza mezzi termini che il jihad in Siria è un obbligo, poiché è un obbligo contrastare il fronte sciita guidato da Hezbollah e schierato al fianco del regime.

Ebbene, se in Italia il pensiero salafita non è ancora radicato, è risaputo che esistono sin da decenni associazioni islamiche ideologicamente schierate con i Fratelli musulmani. Questo non significa che gli appartenenti a queste associazioni partiranno automaticamente per la Siria, tuttavia potrebbe significare che l’ideologia che vede in Siria non una guerra di una popolazione intera contro un dittatore, bensì una guerra in nome del vero islam, quello sunnita, serpeggia.
Sarebbe a questo punto rassicurante che le associazioni islamiche in Italia condannassero ogni forma di jihad con le armi senza esclusione di sorta, condannassero ogni forma di terrorismo e di resistenza armata. Sarebbe opportuno promuovere tra i giovani italiani, musulmani e non, la cultura della vita e del rispetto dell’altro di modo che non ci siano più ragazzi come Delnevo che, nella convinzione di ritrovare la propria identità in un islam che non è certo quello della maggior parte dei musulmani italiani perbene, ha alla fine perso il bene più prezioso, quello della vita.