• VIAGGIO APOSTOLICO

Il Papa in Romania richiama le radici cristiane d'Europa

Viaggio di papa Francesco in Romania. La prima celebrazione ricorda la durissima persecuzione subita dalla comunità greco-cattolica durante gli anni del regime comunista. Otto martiri saranno beatificati il 2 giugno. In un paese a maggioranza ortodossa, Francesco ricorda l'ecumenismo del sangue e condanna la cultura dell'odio

Papa Francesco e il patriarca Daniel di Romania

E' iniziato il viaggio di papa Francesco in Romania. Una visita, aveva detto il segretario di Stato Parolin intervistato da Vatican News pochi giorni fa, all'insegna del richiamo alle radici cristiane dell'Europa. Il papa percorrerà un Paese a maggioranza ortodossa ma che ospita aree in cui la presenza cattolica è rilevante. Il momento più importante nell'agenda papale sarà la cerimonia di beatificazione di sette vescovi greco-cattolici che morirono in carcere, vittime della persecuzione anticattolica del Dopoguerra.

La celebrazione riporta alla luce la durissima persecuzione subita dalla comunità greco-cattolica durante gli anni del regime comunista. La fedeltà a Roma costò cara alla Chiesa di rito bizantino che nel 1948, subito dopo l'introduzione del comunismo, venne sciolta con un decreto legge. Vasile Aftenie, Ioan Bălan, Tit Liviu Chinezu ,Valeriu Traian Frenţiu,Iuliu Hossu, Alexandru Rosu e Ioan Suciu: questi i nomi dei martiri che verranno beatificati da papa Francesco il 2 giugno nel Campo della Libertà a Blaj. Nella sua prima giornata in terra romena, il pontefice ha incontrato le massime autorità civili e religiose del Paese. Nel suo primo discorso a Bucarest, il papa ha ripercorso il cammino della Romania dalla fine della dittatura di Ceaucescu ad oggi: "Durante questo tempo - ha affermato - la Romania si è impegnata nella costruzione di un progetto democratico attraverso il pluralismo delle forze politiche e sociali e il loro reciproco dialogo, per il fondamentale riconoscimento della libertà religiosa e per il pieno inserimento del Paese nel più ampio scenario internazionale".

Quello di questi ultimi trent'anni non è stato un processo facile però ed ha comportato "il sorgere di inevitabili scogli da superare e di conseguenze non sempre facili da gestire per la stabilità sociale e per la stessa amministrazione del territorio". Le due conseguenze più evidenti, ha osservato Bergoglio, sono state l'emigrazione e lo spopolamento dei villaggi, due fenomeni strettamente correlati tra loro e che hanno comportato anche delle più ricche radici culturali e spirituali. In riferimento a ciò, però, Francesco ha voluto lodare le 'rimesse' degli emigrati: "Rendo omaggio - ha detto - ai sacrifici di tanti figli e figlie della Romania che, con la loro cultura, il loro patrimonio di valori e il loro lavoro, arricchiscono i Paesi in cui sono emigrati, e con il frutto del loro impegno aiutano le loro famiglie rimaste in patria". "Pensare ai fratelli e alle sorelle che sono all’estero - ha aggiunto - è un atto di patriottismo, è un atto di fratellanza, è un atto di giustizia". Un appello, poi, alla collaborazione tra forze politiche, economiche, sociali e spirituali per camminare insieme, ricordando che questo "richiede la nobiltà di rinunciare a qualcosa della propria visione o del proprio specifico interesse a favore di un disegno più ampio, in modo da creare un’armonia che consenta di procedere sicuri verso mete condivise". Lo Stato deve farsi carico del bene comune e in questo può essere aiutato dalle Chiese cristiane che permettono di "alimentare il cuore pulsante da cui far sgorgare un’azione politica e sociale che parta dalla dignità della persona e conduca ad impegnarsi con lealtà e generosità per il bene comune della collettività".

In un Paese in cui convivono più gruppi nazionali e religiosi, il papa ha rivendicato il ruolo della Chiesa cattolica che "vuole portare il suo contributo alla costruzione della società, desidera essere segno di armonia, di speranza e di unità e mettersi al servizio della dignità umana e del bene comune" in quanto "pienamente partecipe dello spirito nazionale, come mostra la partecipazione dei suoi fedeli alla formazione del destino della nazione, alla creazione e allo sviluppo di strutture di educazione integrale e forme di assistenza proprie di uno Stato moderno". Nel pomeriggio, Francesco ha incontrato privatamente il patriarca ortodosso Daniel e, successivamente, il Sinodo permanente della Chiesa romena. In quest'occasione, il papa ha pronunciato un discorso che ha toccato il tema a lui caro dell'"ecumenismo del sangue", ricordando l'esistenza di "una fraternità del sangue che ci precede e che, come una silenziosa corrente vivificante, lungo i secoli non ha mai smesso irrigare e sostenere il nostro cammino". Lo ha fatto, ha affermato Bergoglio, anche in tempi recenti quando "tanti figli e figlie di questo Paese, di varie Chiese e comunità cristiane, hanno subito il venerdì della persecuzione, hanno attraversato il sabato del silenzio, hanno vissuto la domenica della rinascita". Martiri di confessioni diverse che sono stati "l’uno accanto all’altro nelle prigioni sostenendosi a vicenda". La loro sofferenza comune è "un’eredità troppo preziosa per essere dimenticata o disonorata" e che "ci chiama a non prendere le distanze dal fratello che la condivide", ha detto il papa. Non è mancata una menzione all'unità dei cristiani, con l'esortazione a "camminare insieme con la forza della memoria", archiviando, però, i "torti subiti e inferti, dei giudizi e dei pregiudizi, delle scomuniche, che ci rinchiudono in un circolo vizioso e portano ad atteggiamenti sterili". La memoria a cui fare riferimento, dunque, sarebbe quella delle radici presentata come lampada capace di gettare luce sui passi di questo cammino di comunione.

Davanti al Sinodo, Bergoglio è tornato a criticare quella che chiama la "cultura dell'odio" provocata, a suo dire, dall'inquinamento del vivere comune per opera di "un senso dilagante di paura che, spesso fomentato ad arte, porta ad atteggiamenti di chiusura e di odio". "Abbiamo bisogno - ha affermato il pontefice - di aiutarci a non cedere alle seduzioni di una 'cultura dell’odio', di una cultura individualista che, forse non più ideologica come ai tempi della persecuzione ateista, è tuttavia più suadente e non meno materialista". "Essa - ha aggiunto - presenta spesso come via di sviluppo ciò che appare immediato e risolutorio, ma in realtà è indifferente e superficiale". Servono, secondo il papa, gesti concreti di accoglienza, sostegno e solidarietà di cui darebbero esempio in Europa occidentale molte comunità ortodosse romene che collaborano con le diocesi cattoliche. Il patriarca Daniel, nel saluto rivolto a Francesco, ha invece richiamato l'esempio del suo predecessore Teoctist e di San Giovanni Paolo II che s'incontrarono a Bucarest nel 1999, affermando che "i nostri predecessori ci chiamano oggi a difendere e a promuovere la fede in Cristo e nei valori cristiani in un’Europa molto secolarizzata" e "allo stesso tempo, ci chiamano a confessare, difendere e promuovere la famiglia cristiana tradizionale composta da uomo, donna e bambini, in un’Europa con un evidente declino demografico, un continente che invecchia rapidamente”. La strada indicata da Teoctist e da San Giovanni Paolo II come esempi di difesa della fede cristiana resta vivo nella memoria di tutti i fedeli e rappresenta, secondo Daniel, uno stimolo anche per i contemporanei a rimanere lungo lo stesso solco.

Nella successiva preghiera del Padre Nostro, pronunciata nella cattedrale ortodossa costruita anche con l'aiuto economico della Chiesa cattolica, Francesco è ritornato sul concetto di memoria delle radici ed ha chiesto al Signore "la grazia di rinsaldare le radici comuni della nostra identità cristiana, radici indispensabili in un tempo in cui l’umanità, e le giovani generazioni in particolare, rischiano di sentirsi sradicate in mezzo a tante situazioni liquide, incapaci di fondare l’esistenza". Confermando, dunque, quanto annunciato da Parolin pochi giorni fa sull'imminente viaggio, il trentesimo viaggio apostolico di questo pontificato.