• LA XXXIV GMG

Il Papa a Panama, tra la crisi di Caracas e i migranti

Francesco è atterrato mercoledì a Panama per la Giornata mondiale della Gioventù, in una fase calda per il continente americano, segnato dalla grave situazione venezuelana. Il Pontefice argentino ha fatto sapere tramite la sala stampa vaticana che prega per le vittime degli sconvolgimenti di queste ore e ha poi parlato personalmente di migranti, del muro voluto da Trump e di sant’Oscar Romero.

Dopo la Messa di apertura della XXXIV edizione della Giornata mondiale della Gioventù, celebrata il 22 gennaio dall’arcivescovo José Domingo Ulloa Mendieta al Campo Santa Maria la Antigua, il Pontefice è atterrato mercoledì nel piccolo Stato centroamericano, accolto dal presidente Varela e dalla sua consorte. L’arrivo del Papa coincide con lo scoppio di una grave crisi interna nel non lontano Venezuela, dopo che Juan Guaidó, finora seduto sullo scranno più alto dell'Assemblea Nazionale, si è autoproclamato presidente, contestando la legittimità dell’elezione di Nicolás Maduro e venendo subito riconosciuto dalla Casa Bianca.

Una questione che non lascia indifferente la Santa Sede: alla cerimonia di giuramento del “delfino” di Chavez avvenuta lo scorso 10 gennaio - e disertata da buona parte della comunità internazionale - aveva presenziato monsignor George Koovakod, l’incaricato d’affari ad interim della Nunziatura apostolica di Caracas. Una presenza che non era passata inosservata, specialmente alla luce della posizione dei Vescovi venezuelani che solamente il giorno precedente avevano definito illegittimo l’avvio di un secondo mandato di Maduro, dichiarando di considerare l’Assemblea Nazionale “unico organo del potere pubblico che possiede il diritto di esercitare i suoi poteri”. Alle richieste di chiarimento da parte di alcuni giornalisti, era seguita una nota del direttore ad interim della Sala stampa della Santa Sede, Alessandro Gisotti, in cui si precisava che la “Santa Sede mantiene delle relazioni diplomatiche con lo Stato venezuelano”.

Intanto, il Papa a Panama è stato informato delle ultime notizie provenienti da Caracas e - ha fatto sapere alla stampa Gisotti - prega per le vittime degli sconvolgimenti di queste ore. La centralità del Venezuela in questo 26° viaggio internazionale di Francesco si è notata anche simbolicamente con un fuori programma: durante il trasporto dall’aeroporto in Nunziatura, un giovane è riuscito ad aggirare le misure di sicurezza e si è avvicinato alla macchina del Papa, sventolando una bandiera con il tricolore blu, giallo e rosso.

L'esodo di venezuelani dal Paese in preda al caos si affianca a quello dei centroamericani protagonisti della “marcia delle carovane” verso i confini degli Stati Uniti. Di fronte all’accentuarsi di quest’ultimo fenomeno, il presidente Trump ha scelto di accelerare la costruzione del muro promessa in campagna elettorale e boicottata dalla maggioranza dem al Congresso. E proprio la vicenda del muro è stata oggetto di una delle risposte più significative fornite da Bergoglio nella tradizionale conferenza stampa sul volo papale diretto a Panama. Di fronte all’osservazione di un giornalista che ha raccontato di aver visto i lavori della barriera voluta dal tycoon americano estendersi fino all'Oceano, il Papa ha commentato. “È la paura che ci fa pazzi”. Prima di salire sull’aereo, inoltre, Francesco ha incontrato otto giovani rifugiati. Non è mancato chi ha interpretato questa mossa come una risposta simbolica alla chiusura del Cara di Castelnuovo, la struttura sgomberata su indicazione del ministero dell’Interno italiano tra le polemiche dei partiti d’opposizione di sinistra e delle associazioni impegnate nell’accoglienza.

Ma sul volo papale non si è parlato soltanto di migranti: durante il consueto faccia a faccia con i giornalisti, infatti, Francesco ci ha tenuto a non dimenticare uno dei vaticanisti più esperti, il russo Alexey Bukalov, recentemente scomparso all’età di 78 anni. Visibilmente commosso, Bergoglio lo ha definito “un uomo di un grande umanesimo, quell’umanesimo che non ha paura dell’umano, fino al grado più basso, e non ha paura del divino, fino al più alto. Un uomo che era capace di fare delle sintesi di stile dostoevskiano”. A queste parole è seguito un momento di silenzio e la recita del Padre Nostro. Un momento emozionante per chi ha conosciuto e apprezzato il corrispondente della Tass, il quale era solito raccontare con grande fierezza ai suoi interlocutori del rapporto costruito con gli ultimi tre Pontefici.

Dopo l'atterraggio e le cerimonie di benvenuto delle autorità panamensi, nel pomeriggio di ieri papa Francesco ha incontrato i Vescovi delle nazioni dell’America centrale. Il Pontefice ha rivolto ai presuli un discorso in cui ha trovato largo spazio la rievocazione della figura di monsignor Oscar Romero, canonizzato a San Pietro in occasione dell’ultimo Sinodo. Definendolo “frutto profetico della Chiesa in America Centrale”, Bergoglio ha evidenziato il “sentire cum Ecclesia” dell'Arcivescovo salvadoregno, una “bussola che ha segnato la sua vita nella fedeltà, anche nei momenti più turbolenti”. Ricorrendo al suo esempio, Francesco ha ricordato ai Vescovi che “non abbiamo inventato la Chiesa, non è nata con noi e andrà avanti senza di noi”.

Di sant'Oscar Romero, papa Francesco ha voluto sottolineare l'ancoraggio al Concilio Vaticano II, i cui documenti sono stati presentati come punto di riferimento della visione e dell'azione dell'Arcivescovo salvadoregno. Ma Bergoglio ci ha tenuto a precisare che il nuovo santo non può essere catalogato né come ideologo, né come ideologico. A muoverlo, insomma, quel “sentire con la Chiesa” che lo ha accompagnato fino al martirio.

In un territorio in cui le rivendicazioni sociali hanno sempre trovato humus fertile, Francesco ha richiamato la necessità di una Chiesa “umile e povera”, un modello che ha opposto a quello di “Chiesa arrogante e piena di orgoglio”. In questo contesto sono da leggere anche le parole di condanna per “un sistema economico che non mette al primo posto le persone e il bene comune e che ha fatto della speculazione il suo 'paradiso' dove continuare a ingrassare non importa a spese di chi”. È proprio questo sistema - secondo il Papa - a causare la divisione tra le famiglie e lo sbandamento dei giovani. Già in passato Francesco aveva puntato l'indice contro quelle che aveva chiamato “nuove forme di colonialismo”. Un concetto su cui è ritornato nel suo discorso di ieri, facendo quasi un appello ai Vescovi di Paesi in cui ancora oggi - alla luce della storia recente e remota - il principio di autodeterminazione popolare appare debole: “Il futuro - ha detto il Pontefice - esige che si rispetti il presente riconoscendo la dignità delle culture dei vostri popoli e impegnandosi a valorizzarle. Anche in questo si gioca la dignità: nell’autostima culturale. La vostra gente non è la serie B della società e di nessuno. Ha una storia ricca che va accettata, apprezzata e incoraggiata”. Dunque, il Papa ha di fatto esortato i Pastori centroamericani a non nascondere le rispettive identità nazionali (e quella continentale), ad “avere cura delle radici” alzando la voce “contro la desertificazione culturale e spirituale dei [...] popoli”.

Subito dopo, Francesco ha affrontato la questione di più stretta attualità per il Centroamerica: la crisi migratoria. Ancora una volta, il Papa ha fatto ricorso ai quattro verbi con cui ha spiegato già in passato l’atteggiamento che a suo parere la Chiesa dovrebbe avere di fronte a questo fenomeno epocale: “Accogliere, proteggere, promuovere e integrare”. E, nuovamente, ha auspicato che le realtà ecclesiali possano farsi mediatrici tra le comunità di partenza e quelle di approdo dei migranti, affinché siano superate “paure e diffidenze”.

Ritornando su un concetto già espresso più volte, il Papa ha poi criticato il “clericalismo” che rappresenterebbe “una caricatura e una perversione del ministero”. Ad esso, Bergoglio contrappone invece la figura del sacerdote in prima linea, che tiene “le porte aperte” e disdegna “il monologo disciplinare”. Appellandosi alla figura di Romero, ha auspicato che la povertà possa essere un “muro” a difesa della Chiesa, in grado di proteggerla dalla tentazione della “mondanità spirituale” e della “sete di potere e di protagonismo”. Dunque, ha detto di augurarsi “una Chiesa che non vuole che la sua forza stia nell’appoggio dei potenti o della politica, ma che si svincoli con nobiltà per camminare sorretta unicamente dalle braccia del Crocifisso, che è la sua vera forza”.