• IL RICORDO DI CAMILLERI

Il nostro mancato incontro per colpa di una "m"

Ancora oggi, quando mi presentano come scrittore, devo affrettarmi a chiarire che non sono Montalbano (e vedere la delusione sul volto dell’interlocutore). Ma quando chiesi al "vate" delle nostre origini comuni non mi rispose nemmeno... 

Il nostro unico contatto avvenne in relazione a un curioso episodio. Poiché a quel tempo pubblicavo i miei libri con Mondadori e Rizzoli, un giornalista del Corriere della sera si accorse che nei bollini Siae in fondo ai miei libri c’era scritto non «Rino Cammilleri» ma «Andrea Camilleri». Se non lo sapete, la Società Italiana Autori e Editori appone su ogni copia di libro pubblicato e a richiesta dell’autore un bollino lucente (in 3d, come si usa dire) a fini di un esatto e garantito conteggio delle copie effettivamente vendute. Nel caso descritto, qualche impiegato doveva aver fatto confusione con i due cognomi quasi uguali. Niente di strano, giacché ancora oggi, quando mi presentano a terzi come scrittore, devo affrettarmi a chiarire che non sono Montalbano (e vedere la delusione sul volto dell’interlocutore).

Torniamo all’equivoco, perché non era finita. Infatti, un giorno vidi recapitare al mio indirizzo milanese un pacco di libri Mondadori, libri che non avevo chiesto e che, dato l’argomento, nemmeno mi riguardavano. Eggià, erano per lui, Andrea, e dovetti spiegare all’editrice come stavano le cose. Il tutto finì in uno spiritoso articolo sul Corsera, con tanto di foto appaiate e un titolo del genere: «L’importanza di una emme in meno». L’articolista non sapeva che, in verità, il cognome era lo stesso. Si tratta di quegli errori d’anagrafe compiuti in anni in cui tutto veniva fatto a mano e a orecchio. Complice la confusione pre e post-bellica, accadde che mio padre, da Camilleri che era, si ritrovò Cammilleri, mentre suo cugino, figlio del fratello di suo padre, divenne Cammalleri. Così, oggi io ho parenti con una o due emme o una «a».

Ormai, troppa di questa gente si è rassegnata alla modifica del cognome, e sarebbe pressoché impossibile rimediare. Sempre che uno ne abbia l’interesse. Il fatto è che questo cognome, di origine maltese, ha il suo epicentro in Agrigento e la sua provincia. Non solo. Dalle foto, mi ero accorto che Andrea aveva tratti in comune col mio nonno paterno, a cominciare dalle sopracciglia folte (tratto somatico che è anche il mio). Così, approfittai dell’articolo sul «Corsera» per mandargli il mio ultimo libro e una lettera in cui chiedevo ragguagli sul mio sospetto di lontana parentela.

Non mi rispose nemmeno. La cosa non mi stupì, viste le rispettive posizioni ideologiche. Era un grande scrittore? Non lo so, ai critici indipendenti (se ce ne sono) l’ardua sentenza. I suoi gialli con Montalbano non li ho letti, ne ho visto qualcuno alla tivù. Politicamente corretti, ma a mio avviso niente di eccezionale. Molto meglio i suoi romanzi storici, nei quali rivelava un’abilità notevole nell’intreccio e un’ironia piacevolissima nelle descrizioni. Sì, era bravo, molto. Qualcuno si accorse, a suo tempo, che Montalbano nei primi romanzi era alto, robusto, coi baffi e i capelli a spazzola.

Ma vabbe’, c’è una egemonia culturale da rispettare. Ci si può chiedere se il Maestro, il Sommo (così lo chiamavano) avrebbe avuto tanti onori e glorie se non fosse stato ideologicamente schierato: ebbe perfino un Meridiano Mondadori, che di solito si dà ai grandi letterati defunti. Il suo colpo di genio era stato il linguaggio. Al liceo, ad Agrigento, scherzavamo tra noi imitando il cafone che non sa parlare italiano e lo inframmezza di espressioni siciliane. Lui aveva trasfuso questo modo di parlare nei suoi libri, e la trovata era piaciuta. Onore al merito. Nei suoi giorni di ospedale, attaccato alle macchine, si consumava il dramma del francese Vincent. Destino ha voluto che i due se ne andassero quasi in contemporanea. C’è una morale in questa coincidenza? Non lo so.