a cura di Stefano Fontana
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Il matrimonio, chiave della questione sociale

Giovanni Paolo II aveva definito il lavoro “chiave della questione sociale”, nell’enciclica Laborem exercens del 1981. Lo stesso, e forse a maggior ragione, si può dire del matrimonio. Sicché il potere politico ha il dovere di difenderlo. Ora, tra le molte cose che lo Stato dovrebbe fare per difendere il matrimonio, una oggi è completamente trascurata, ossia che si debba combattere l’adulterio e favorire la fedeltà tra i coniugi.

La difesa da parte della autorità politica della fedeltà coniugale è oggi ritenuta assurda perché richiede l’assunzione da parte del potere politico della convinzione che la sessualità possa legittimamente essere esercitata solo dentro il matrimonio. Lo Sato, allora, per difendere la fedeltà coniugale dovrebbe difendere questo esercizio dentro i “cancelli della vita matrimoniale”, come scriveva la Casti connubi di Pio XI nel 1930, la quale condannava “potersi quindi adoperare [la sessualità] così dentro come fuori dei cancelli della vita matrimoniale, anche senza tener conto dei fini del matrimonio, come se il libertinaggio di una meretrice godesse quasi gli stessi diritti della casta maternità della legittima consorte”. Niente di più lontano dalla cultura politica di oggi, molto impegnata, piuttosto, a fare il contrario.

Questo dovere del potere politico, tuttavia, rimane, ed è proprio questo un elemento che spiega l’importanza anche politica della Humanae vitae di Paolo VI del 1968. Tra i vari motivi di questa importanza politica, la contraccezione rompe il collegamento della sessualità coniugale con l’apertura alla vita e, di conseguenza, rompe anche l’unità tra i coniugi. È vero che i fini del matrimonio sono due, quello unitivo e quello procreativo, ma la mancanza del secondo impedisce anche il primo. Rompendo l’unità dei coniugi, la contraccezione, scriveva Paolo VI, diventa così una “via larga e facile alla infedeltà coniugale e all’abbassamento generale della moralità” (n. 17).  

Che il potere politico dimentichi il dovere di proteggere la fedeltà coniugale, come sta facendo, può essere doloroso ma non sorprendente. Il mondo, alla fine, rimane mondo. Che la Chiesa cessi di ricordare al potere politico questo suo dovere è invece preoccupante.
Oggi due elementi fanno temere che la Chiesa possa trascurare questo suo dovere.

Il primo è la possibile revisione dottrinale o per via pastorale della Humanae vitae. Da essa, se attuata, potrebbe uscire un indebolimento degli insegnamenti dell’enciclica su questo punto, il che allineerebbe senz’altro meglio la Chiesa al mondo, ma allontanandola dalla dottrina di Cristo e dalla stessa possibilità di aiutare anche il potere politico a svolgere il proprio compito.

Il secondo è l’indebolimento del valore della fedeltà coniugale dentro la Chiesa stessa, da parte della teologia e della pastorale. Se andranno in porto le revisioni della Humanae vitae fatte “alla luce” di Amoris Laetitia, come auspicato da Maurizio Chiodi nell’ultimo numero di “Teologia”, la rivista della Facoltà teologica dell’Italia Settentrionale di Milano [n. 1 (2018), pp. 18-47), tale indebolimento sarà inevitabile e la Chiesa lascerà ancora di più il potere politico a se stesso su questa importante chiave della “questione sociale”.