a cura di Benedetta Frigerio
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Il governo iracheno eleva a festività nazionale il Natale

Il governo dell’Iraq ha approvato il 27 dicembre un emendamento alla Legge sulle festività nazionali che dichiara il Natale festa nazionale per tutti i cittadini, cristiani e musulmani. Nei giorni precedenti il patriarca Louis Raphael Sako aveva sollecitato che l’Iraq seguisse l’esempio di altri paesi a maggioranza musulmana come la Giordania, la Siria e il Libano dove la nascità di Gesù è già celebrata come festa nazionale. Il Natale è trascorso in relativa calma in Iraq e i cristiani hanno potuto partecipare a messe, festeggiamenti e momenti comunitari. Tuttavia non sono mancate voci contrarie alla decisione del governo. Il gran mufti e leader islamico Abdul-Mehdi al-Sumaidaie il 28 dicembre in una moschea della capitale Baghdad ha dichiarato durante il sermone che conclude le preghiere del venerdì che per i musulmani è “inammissibile” celebrare Natale e Capodanno perché sono entrambe feste cristiane. Ha quindi invitato i fedeli a non unirsi ai cristiani nelle celebrazioni perchè chi partecipa a queste festività o scambia auguri finisce per “credere alla dottrina religiosa cristiana”. Il patriarca Sako è stato tra i primi a denunciare simili affermazioni chiedendo al governo di perseguire chi diffonde “una retorica di odio” specialmente se ricopre cariche ufficiali. Anche diverse personalità islamiche hanno espresso solidarietà ai cristiani e riprovazione per le affermazioni del gran mufti, noto per la sua visione integrale dell’Islam ispirata al salafismo. Il capo del movimento Sunni Endowment, Abdul Latif al-Heymen ha fatto visitao al patriarcato caldeo, ha incontrato il cardinale Sako e gli ha espresso solidarietà. Durante il colloquio – riporta l’agenzia di stampa AsiaNews – il leader “ha affermato che i cristiani sono una componente ‘essenziale’ della nazione, con ‘legami solidi’ e ‘radici estese’ che affondano nella storia”. Quindi ha invitato la popolazione a respingere  quanti “vogliono interferire con la nostra unità e l’integrazione del tessuto sociale e politico” della nazione. “Deploriamo i termini offensivi” usati contro i cristiani, ha detto, che “non rappresentano” la comunità sunnita e compromettono “il consolidamento dell’unità nazionale”.