• CRISI IN VISTA

Il governo Conte riaccende la "questione settentrionale"

Dopo 14 trimestri con il segno più, il Prodotto interno lordo (Pil), nel terzo trimestre 2018, ha fatto registrare un -0,1%. A subire il colpo sono soprattutto gli imprenditori del Nord Italia. Che adesso iniziano a scalpitare e non fanno sconti al governo, neppure alla Lega, che tradizionalmente li rappresenta. Una nuova "questione settentrionale"?

Vincenzo Boccia

Dopo 14 trimestri con il segno più, il Prodotto interno lordo (Pil), nel terzo trimestre 2018, ha fatto registrare un -0,1%. La produzione industriale è in calo a novembre dello 0,5%. Nel 2018 ha gradualmente perso terreno e non si vedono segnali di miglioramento a breve. L'incertezza comincia a far sentire gli effetti sull’economia reale e peggiora la fiducia di famiglie e imprese.

Il vicepremier, Luigi Di Maio ha imputato le colpe di questo vistoso calo dell’economia italiana al Pd, ma le forze produttive del nord (e non solo) sembrano aver perso la pazienza e ora chiedono a gran voce una netta inversione di marcia e una radicale revisione della manovra finanziaria oggetto di scontro con Bruxelles.

Il presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia non nasconde i timori del mondo produttivo: «Potremmo ritornare alla crisi. I dati dicono che ci stiamo avviando verso una fase di decrescita che è tutto tranne che felice. Non so chi fa felice questa decrescita: noi no. I dati Istat sul terzo trimestre 2018 destano preoccupazione. Occorre riequilibrare la manovra. Lo diciamo da tempo ma nessuno ci ascolta. Speriamo che questi dati facciano riflettere la politica e il governo del Paese. Non si dovrebbe discutere sui cantieri da chiudere. Accelerare sulla crescita vuol dire far partire tutti i cantieri possibili per le infrastrutture del paese». Il disagio è nazionale, ma nelle incertezze globali si delinea una sorta di nuova “questione settentrionale”. Gli imprenditori del Nord, che già ad ottobre avevano cominciato ad alzare la voce per bocca del Presidente di Assolombarda, Carlo Bonomi, sono sul piede di guerra: vogliono la crescita, non promesse al vento. Domani, mentre il Parlamento comincerà a discutere la legge di stabilità, a Torino si riuniranno gli Stati generali della Confindustria e dei commercianti. Intendono ribadire il loro no all’assistenzialismo, all’ambientalismo ideologico e irrealistico, alle mancette elettorali sganciate da ogni valutazione del loro impatto sulle finanze pubbliche e sulla crescita economica. La Tav, il terzo valico, la Gronda sono opere da portare avanti, senza tentennamenti, pena lo scivolamento del sistema Paese nel burrone del sottosviluppo. Per il 13 dicembre, a Milano, sono attesi oltre 10.000 artigiani veneti, scontenti del decreto dignità e delle altre misure varate o annunciate da un esecutivo che mostra un palese e preoccupante atteggiamento anti-impresa e anti-sviluppo.

Da quando si è insediato l’esecutivo pentaleghista, anche la locomotiva settentrionale ha infatti rallentato la sua marcia. In Piemonte, Lombardia, Veneto, Emilia Romagna, la produzione industriale frena, le esportazioni rallentano e gli investimenti non decollano. In linguaggio economico si chiama recessione, che produce effetti a catena anche sul resto del Paese, peraltro più vulnerabile e con una capacità produttiva inferiore. L’ostinazione del governo su una manovra che sta già producendo effetti devastanti e chissà quanto rimediabili nel breve periodo, potrebbe rivelarsi fatale, non solo per la tenuta del quadro politico, ma per la stabilità finanziaria del sistema Paese. Per questo sembrano già iniziate le manovre delle forze produttive e degli interessi economici organizzati per costituire gruppi civici di pressione volti a reclamare un cambio deciso delle scelte di questo governo. Il loro sbocco politico è incerto e problematico, perché essi non possono trovare sponda in partiti come il Pd e Forza Italia, che non hanno fatto alcuna autocritica né una seria valutazione delle ragioni della sconfitta del 4 marzo.

Insomma, il cosiddetto “partito del Pil”, che al nord è molto più forte che al sud, ha deciso di fare per conto suo e di non fare sconti a nessuno, neppure alla Lega, che dovrebbe rappresentare meglio di altri le istanze e le ragioni degli imprenditori del nord e che invece, condizionato dai pentastellati, fa fatica a tutelare categorie e ceti produttivi sempre più a disagio e scoraggiati. Il disagio e la frustrazione di chi scende in piazza e manifesta non viene in alcun modo raccolto dalle forze politiche di opposizione, che eventualmente vorrebbero strumentalizzarlo senza tradurlo neppure in una proposta politico-programmatica credibile. Per questo è difficile immaginare un’alternativa politico-istituzionale. I 30.000 di Torino, mobilitatisi nelle settimane scorse in favore della Tav, hanno fatto capire che l’opposizione alle politiche di questo governo può nascere solo dal basso, non dalle strutture di vertice di partiti ormai anchilosati. Ma a un certo punto ci vorrà una nuova guida politica, una sorta di “demiurgo” in grado di fungere da collettore di sensibilità e aspettative sempre più diffuse.