• LO SCENARIO DELLA CRISI

Il governo cerca un'uscita, ma c'è un piano B

Se il governo cadesse potrebbero esserci molti colpi di scena. Il primo effetto è la spaccatura dentro i 5 Stelle. La pattuglia di grillini, costituita da parlamentari alla seconda legislatura e quindi non più candidabili al prossimo giro, starebbe già cercando di riposizionarsi, magari costituendo un gruppo di “responsabili” in grado di appoggiare qualunque governo in questa legislatura.

L’esile filo del dialogo tra governo italiano e Ue potrebbe definitivamente spezzarsi sabato sera, quando il premier italiano Giuseppe Conte cenerà con il Presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker e cercherà di convincerlo della bontà della manovra italiana. Ma i toni usati in privato e sui giornali dai due vicepremier Luigi Di Maio e Matteo Salvini e da altri esponenti del governo non lasciano trasparire grande propensione alla trattativa.

L’esecutivo giallo-verde appare orientato a tenere duro, costi quel che costi, perché si rende conto che senza condurre in porto i provvedimenti di bandiera come quota 100 e reddito di cittadinanza difficilmente potrà consolidare il suo consenso elettorale. E invece, stando ai diktat di Bruxelles, quelle misure non sarebbero sostenibili e potrebbero far crescere ulteriormente il debito pubblico italiano.

Peraltro la battaglia contro l’Europa sarebbe già di per sé complessa e per certi versi impari, stanti le turbolenze dei mercati e l’impennata dello spread, ma lo è ancora di più a causa della diffidenza reciproca tra Lega e Cinque Stelle e della fronda anti-Di Maio che sembra consolidarsi tra le fila pentastellate.

Le ipotesi sulle prossime mosse dei due vicepremier si moltiplicano anche se loro continuano a dichiarare che il governo andrà avanti per cinque anni. Forse per ora non conviene a nessuno dei due far saltare il tavolo perché le difficoltà finanziarie potrebbero spingere il Capo dello Stato a individuare una soluzione governativa di solidarietà nazionale con tutti dentro, e a quel punto Lega e Cinque Stelle dovrebbero ingoiare il rospo di una transizione incolore, senza maggioranza e senza opposizione, con l’inevitabile rimescolamento di carte e il rinvio sine die dell’appuntamento con le urne.

Ecco perché Matteo Salvini irrita l’alleato, lo provoca, mira forse a spaccare i Cinque Stelle ma senza rompere l’alleanza di governo, che potrebbe rivelarsi un salto nel buio.

Al leader del Carroccio sul piano del potere conviene restare in questa situazione perché con i Cinque Stelle ottiene più o meno ciò che vuole e non deve dar conto a Silvio Berlusconi, formalmente all’opposizione. Inoltre può attrarre a sé un elettorato di centrodestra costituito dai ceti produttivi e imprenditoriali, sempre bisognosi di una sponda governativa, che ora non trovano più nel Cavaliere. Matteo Salvini oggi può dunque sfruttare una rendita di posizione legata al fatto che è lui l’unico referente governativo di centrodestra per il cosiddetto ceto medio composto da moderati che hanno sempre votato per Forza Italia e forze centriste.

Ma è proprio li’ che si situa il delicato equilibrio tra conservazione dell’attuale assetto e forzatura verso il voto anticipato. Ci sono profondi e ripetuti segnali di scricchiolio nel patto tra Lega e industriali, tra Carroccio e artigiani, commercianti e ceti produttivi del nord, che mal digeriscono reddito di cittadinanza e altri provvedimenti messi in cantiere dall’attuale esecutivo per compiacere l’elettorato grillino. Ove questo malessere del nord si acuisse, a Salvini converebbe staccare la spina nella consapevolezza di poter comunque migliorare il suo posizionamento.

Se infatti il governo cadesse, potrebbero esserci molti colpi di scena. Il primo effetto previsto da molti è la spaccatura dentro i Cinque Stelle. Una parte di loro metterebbe in discussione la leadership di Luigi Di Maio, anche in considerazione dei sondaggi che danno i pentastellati in costante calo e comunque secondo partito dopo la Lega. Un’altra pattuglia di grillini, costituita da parlamentari alla seconda legislatura e quindi non più candidabili al prossimo giro, starebbe già cercando di riposizionarsi, magari costituendo un gruppo di “responsabili” in grado di appoggiare qualunque governo in questa legislatura, per poi guadagnarsi la ricandidatura alle prossime politiche con una nuova sigla diversa dai Cinque Stelle.

Per questo si parla con insistenza, in caso di caduta del governo Conte, di un governo di centrodestra che vada in Parlamento a cercare i voti che mancanti, voti che potrebbero arrivare da quella parte dei Cinque Stelle più “poltronara” e terrorizzata dall’idea di dover tornare a casa senza poter più fare ritorno in Parlamento.

Se tale ipotesi non decollasse, ecco affacciarsi quella dell’emergenza nazionale, per salvare l’economia e impedire il commissariamento: un esecutivo a guida Cottarelli (o altro tecnico), appoggiato da tutti i partiti per assicurare la tenuta dei conti pubblici e traghettare il Paese fuori dalla tempesta finanziaria di questi mesi. Avrebbe una durata di non più di un anno, ma servirebbe per rimescolare le carte, modificare gli schieramenti, preparare il terreno ad equilibri politici nuovi e diversi dall’attuale fronte giallo-verde, che a quel punto sarebbe morto e sepolto.

Infine l’eventualità di voto anticipato. C’è chi dice che sotto sotto Sergio Mattarella non la disdegnerebbe. Il suo successore, infatti, dovrà essere eletto nel 2022 e l’attuale inquilino del Quirinale, si sa, non ha certamente feeling con gli attuali inquilini di Palazzo Chigi e con i partiti dell’attuale maggioranza. Magari dalle urne potrebbero uscire schieramenti a lui più favorevoli.

In definitiva, se i mercati e l’Ue non indurranno l’esecutivo ad arrendersi e a dimettersi, è molto probabile che si arrivi alle europee del maggio 2019, prospettiva che forse accontenta sia la maggioranza che l’opposizione. Dopo, però, la resa dei conti tra Lega e Cinque Stelle sarà inevitabile.