• DIALOGO FRA SORDI

Il gesuita, l'islam jihadista e quel silenzio del Papa

Al Azhar

Sul sito CulturaCattolica.it del 25 luglio 2017 è apparsa la traduzione di un’intervista (a cura di Luca Costa) così intrigante che val la pena riprenderla. Sono le parole di un anziano gesuita, p. Henri Boulad, pronunciate a briglia sciolta alla tivù francese Liberté la settimana prima.

Il p. Boulad (86 anni, gesuita da quando ne aveva 19), ha trascorso tutta la sua vita in Egitto e se c’è una cosa che conosce bene è l’islam. La sua è stata una vera filippica a cui lui stesso ha dato il titolo J’accuse!, che volutamente imita la famosa lettera-manifesto con cui lo scrittore Emile Zola prendeva posizione nel celebre «caso Dreyfus». Senza peli sulla lingua, il gesuita dichiara che «il primo centro di radicalizzazione islamica del mondo intero è l’università al-Azhar del Cairo», e lo dice proprio all’indomani della visita-abbraccio (col Gran Mufti) di papa Francesco. Questa università (in realtà solo una moschea generalista, anche se la più importante del mondo sunnita) «è presentata in tutto l’Occidente come un’istituzione moderata e tollerante, ma non è così». Il presidente egiziano Al-Sisi «ha a più riprese richiesto ufficialmente ed espressamente ai vertici dell’al-Azhar di sopprimere ogni insegnamento facente riferimento alle fonti islamiche che incitano all’odio e alla violenza contro ebrei e cristiani. Tali richieste sono sempre cadute nel vuoto». Infatti, «sono proprio gli imam formati ad al-Azhar che in molte, troppo moschee d’Europa vanificano ogni speranza di integrazione alla società occidentale della nuove generazioni di musulmani. L’università al-Azhar del Cairo è il primo destinatario del mio J’accuse! perché è la prima responsabile del radicalismo che si diffonde in tutto il mondo».

Il bello è che la maggioranza dei musulmani «professa e vive una fede edulcorata, soft, limitandosi a rispettare la preghiera, il ramadan e parte dell’ortoprassi riguardante l’abbigliamento femminile o le regole alimentari, niente di più». Questo perché l’islam, il vero  islam del Corano, degli hadith, l’islam dell’al-Azhar è semplicemente invivibile per la gente normale. Invivibile perché non lascia vivere. L’uomo è fatto per vivere tranquillo, non per fare la jihad o per odiare». Da parte cattolica? «Dal Concilio Vaticano II la Chiesa ha deciso di iniziare un cammino di dialogo con l’islam. Quali sono i risultati di questo mezzo secolo di dialogo? Quei Paesi che un tempo erano le roccheforti della cristianità sono pieni di moschee, mentre il mondo musulmano non conosce altro che discriminazioni, minacce e persecuzioni ai danni  dei cristiani. Uccisi, cacciati! Che bel dialogo! Non mancano i testi, i congressi, le conferenze, i caffè insieme, le dichiarazioni congiunte con i musulmani. Abbiamo visto il papa recentemente al Cairo. E poi? Risultati concreti? Zero assoluto».

Il p. Boulad ha messo tutto ciò nero su bianco e l’ha spedito al papa. Ma «a questa mia lettera il papa non ha mai risposto». E «so con certezza che il cardinale Schönborn gliel’ha consegnata personalmente». Il gesuita, allora, l’ha fatta tradurre in  spagnolo e consegnare direttamente, in occasione  della visita papale al Cairo, tramite un vescovo egiziano. «Quindi l’ha ricevuta anche questa volta. E anche questa volta non mi ha risposto». Forse non ha avuto tempo di leggere sia la prima che la seconda? «Ovunque trovo persone che mi confermano che il papa risponde, o fa rispondere ai suoi segretari, anche ai biglietti di auguri di Natale. Eppure a me, suo confratello, più anziano per giunta…». E su uno dei temi più scottanti della nostra epoca. «Sono francamente sorpreso, e un po’ amareggiato». Be’, da parte nostra possiamo solo dirgli: si consoli, caro p. Boulad, è in buona compagnia.