• IL BELLO DELLA LITURGIA

Il Gesù della Trasfigurazione secondo il Beato Angelico

Per perfezione compositiva e sofisticata resa del colore e della luce, l’affresco della Trasfigurazione, custodito al Museo di San Marco (Firenze), è da sempre attribuito all’Angelico. Il Cristo è ieratico, come appare nelle icone bizantine. Si erge, maestoso, in piedi su un’altura rocciosa, le braccia spalancate a preannunciare la croce. La luce Lo trasfigura a tal punto che sembra di udire le parole dei Vangeli: «Questi è il Figlio mio, l’eletto: ascoltatelo!».

Beato Angelico, Trasfigurazione di Gesù, Firenze - Museo nazionale di San Marco

Si deve all’intervento di Papa Eugenio IV il passaggio del convento di San Marco, nell’omonima piazza di Firenze, dalle mani dei rappresentanti della congregazione dei silvestrini a quella dei domenicani osservanti. Spetta, poi, a Cosimo de’ Medici, detto il Vecchio, la decisione di fare ristrutturare il cenobio, ormai fatiscente, affidandone la riqualificazione in chiave rinascimentale al suo architetto di fiducia, Michelozzo. È merito di quest’ultimo l’avere distribuito gli spazi intorno ai due chiostri seguendo un criterio di semplice e moderna funzionalità e, soprattutto, di avere lasciato ampie pareti intonacate di bianco sulla cui superficie il Beato Angelico, già frate domenicano in quel di Fiesole, realizzò il più completo ciclo pittorico fino allora mai pensato per un convento.

Tutti gli ambienti, pubblici e privati, furono coinvolti, perfino le celle dei frati, in ciascuna delle quali era previsto un affresco che raccontasse una Crocefissione o un altro episodio del Nuovo Testamento di fronte a cui meditare. L’ampiezza del programma decorativo, portato a termine in tempi relativamente brevi, ha fatto discutere sull’autografia delle pitture che, sotto la supervisione del maestro, sono state in parte opera di collaboratori.

La scena della Trasfigurazione - primo piano, corridoio esterno, cella 6 - per perfezione compositiva e sofisticata resa del colore e della luce, è da sempre attribuita all’Angelico, sia nel disegno che nell’esecuzione. Per realizzarla gli ci vollero otto “giornate” di affresco, una delle quali interamente dedicata al volto di Gesù.

Il Cristo è ieratico, come appare nelle icone bizantine che hanno spesso affrontato questo soggetto evangelico.  Si erge, maestoso, in piedi su un’altura rocciosa, le braccia spalancate a preannunciare la croce. E abbaglia con la veste bianca che si staglia sul candore della mandorla che Lo circonda e che Lo astrae dalla materialità quotidiana. La luce Lo trasfigura a tal punto che sembra di udire le parole riportate dai Vangeli sinottici: «Questi è il Figlio mio, l’eletto: ascoltatelo!».

Sicuramente Lo ascoltano, anzi, Lo contemplano Mosè ed Elia, apparsi a mezzo busto e fluttuanti, rispettivamente, alla Sua destra e alla Sua sinistra. La loro mistica presenza indica, da una parte, il compimento della legge (Mosè) e, dall’altra l’avversarsi delle profezie (Elia). Lo adorano, inaspettatamente in questo contesto, Maria e san Domenico di Guzmán, riconoscibile dalla stella che, come raccontano le agiografie, sua madre vide prima della sua nascita. Al fondatore dell’ordine, cui lo stesso pittore apparteneva, spetta il compito di attualizzare la scena.

In basso, in primo piano, i tre apostoli, cui Gesù ha voluto mostrare la Sua divinità, di fronte alla teofania reagiscono ciascuno secondo il proprio temperamento. Pietro, sulla sinistra, appare spaventato, Giacomo cerca di ripararsi dalla troppa luce, Giovanni s’inginocchia in un gesto di adorazione. Sono uomini - la cui dimensione terrena è evidenziata dai colori delle vesti - che ci appaiono, di fronte alla divina rivelazione, inadeguati come lo siamo noi.

Tutto accade sul Tabor - in arabo Gebel et-Tur, cioè «la montagna» - che prefigura il Golgota, il luogo della Crocefissione ma, contemporaneamente, cammino verso la Resurrezione.