a cura di Stefano Fontana
  • CREPALDI

Il diritto a migrare esiste, ma non è assoluto

Il quotidiano “La Verità” ha pubblicato ieri lunedì 14 gennaio una intervista all’arcivescovo Giampaolo Crepaldi, presidente del nostro Osservatorio. L’occasione era data dall’uscita in libreria del Decimo Rapporto sulla Dottrina sociale della Chiesa nel mondo dell’Osservatorio stesso, edito da Cantagalli. Purtroppo i redattori del quotidiano hanno messo un titolo sbagliato: “Non esiste nessun diritto ad emigrare”, come se questo emergesse dall’intervista di Mons. Crepaldi, cosa che invece non è. Già nell’Ottavo Rapporto dedicato proprio al fenomeno delle Migrazioni, il vescovo Crepaldi aveva chiarito l’insegnamento della Dottrina sociale della Chiesa sull’argomento: a) c’è un diritto a non emigrare; b) c’è un diritto ad emigrare; c) non c’è un diritto assoluto ad immigrare, ossia ad entrare in un altro Stato.

Riporto qui sotto le argomentazioni a questo proposito del vescovo Crepaldi nel Nono Rapporto sulla Dottrina sociale della Chiesa:

“Il primo criterio è che esiste il diritto ad emigrare, a lasciare il proprio Paese sia quando in esso la vita sia diventata molto difficile o impossibile per la persecuzione politica o religiosa che mette in pericolo la vita propria e della famiglia, sia quando esso sia devastato da una guerra, sia anche quando una situazione di degrado o di povertà endemica o di sottosviluppo impedisca la sopravvivenza o la condizioni a sofferenze sproporzionate. Ognuno ha il dovere di amare il proprio Paese, ma nessuno ha l’obbligo di diventarne schiavo. Espatriare è quindi un diritto che deve essere riconosciuto.

Se esiste quindi un diritto ad emigrare va tenuto anche presente che c’è anche, e forse prima, un diritto a non emigrare. L’emigrazione non deve essere forzata, costretta o addirittura pianificata. Questo principio è molto importante perché ad esso sono collegati dei doveri. Il dovere della comunità internazionale di intervenire sulle cause prima che sulle conseguenze, di affrontare i problemi che nei Paesi di emigrazione spingono o costringono persone e famiglie ad andarsene dando il proprio contributo per la loro soluzione, e il dovere di chi emigra di verificare se non ci siano invece le possibilità per rimanere ed aiutare il proprio Paese a risolvere le difficoltà. Purtroppo, invece, le grandi potenze destabilizzano esse stesse alcune aree geopolitiche, armano e finanziano Stati corrotti e califfati. Molti episcopati africani insistentemente invitano i propri figli a non andarsene, a non farsi attrarre da proposte illusorie, ma a rimanere per contribuire al progresso del loro Paese. Del diritto a non emigrare si parla poco. Ogni situazione è un caso particolare e questi principi non possono essere generalizzati, però possono contribuite ad illuminare, appunto, la singola situazione.

Un altro principio è che se esiste un diritto ad emigrare non esiste però un diritto assoluto ad immigrare, ossia ad entrare in ogni caso in un altro Paese. In altri termini, i Paesi di destinazione hanno il diritto di governare le immigrazioni e di stabilire delle regole per l’accesso e l’integrazione degli immigrati nella loro società. Principi elementari di diritto umanitario dicono che chi arriva deve essere accolto e accudito, ma i governi devono anche pensare al bene comune della propria nazione nei cui confronti le immigrazioni possono diventare una minaccia. Tra i criteri per la difesa del bene comune nelle politiche immigratorie c’è anche il dovere di salvaguardare la propria identità culturale e garantire una integrazione effettiva e non un multiculturalismo di semplice vicinanza senza integrazione”.