• L'INTERVISTA A ZANATTA

Il destino del Venezuela dipende dai militari. Col "dialogo" si è perso tempo

Il Venezuela è ancora in bilico, nel terzo giorno dell’Operazione Libertà lanciata dal presidente ad interim Juan Guaidó. Pareva che l’esercito si fosse schierato con lui, invece è rimasto fedele a Nicolas Maduro. L’esercito è un elemento fondamentale per capire la politica del Venezuela. E’ lo strumento di tutti i cambiamenti del paese, sin dall’indipendenza. Ne parliamo con Loris Zanatta (Università di Bologna), uno dei maggiori conoscitori dei populismi dell’America Latina. Ci spiega anche perché il dialogo, promosso dal Vaticano, ha solo regalato tempo e legittimità a Maduro. A un regime che non ha alcuna intenzione di cedere il potere, perché si sente investito di una missione religiosa di redenzione del popolo in terra.

Maduro portato in trionfo dai paramilitari

Il Venezuela è ancora in bilico, nel terzo giorno dell’Operazione Libertà lanciata dal presidente ad interim Juan Guaidó. Pareva che l’esercito si fosse schierato con lui, invece è rimasto fedele a Nicolas Maduro. L’esercito è un elemento fondamentale per capire la politica del Venezuela. E’ lo strumento di tutti i cambiamenti del paese, sin dall’indipendenza. Ne parliamo con Loris Zanatta, docente di Storia e Istituzioni delle Americhe dell’Università di Bologna e uno dei maggiori conoscitori dei populismi dell’America Latina.

Professor Zanatta, come si spiega che l’esercito abbia apparentemente cambiato idea e lealtà nello spazio di un giorno?

Il Venezuela, prima di tutto, ha una tradizione militarista di vecchia data. Il paese diventa indipendente nel 1830 e fino al 1945, per più di un secolo, è governato solo da militari. Successivamente, ha conosciuto un altro decennio di dittatura militare dal 1948 al 1958. Nelle due brevi fasi democratiche, quella che va dal 1945 al ’48 e quella dal 1958 al ’98, sono state anch’esse avviate dai militari. Laddove governano, i militari sono quelli che rovesciano i governi civili, ma anche quelli che riportano la democrazia. Con Hugo Chavez il Venezuela è tornato alla sua tradizione militarista, subito dopo le elezioni del 1998. Da allora, cosa ha fatto Chavez? Nella sua visione di “erede di Bolivar”, (padre dell’indipendenza, ndr) ha trasformato le forze armate da apparato in difesa dello Stato in corpo in difesa del regime. Quando ci chiediamo cosa stiano facendo le forze armate adesso, dobbiamo tener ben presente che non sono un organo neutrale.

Cosa potrebbe accadere nei prossimi giorni, dunque?

Le forze armate sostengono il regime e se questo crollasse i suoi vertici sarebbero chiamati a rispondere. Per questo proveranno a resistere fino all’ultimo. Tuttavia, essendo il Paese allo sbando, essendo Maduro meno seguito di Chavez (e la lealtà nei suoi confronti è più traballante), tenendo conto dell’enorme pressione internazionale e considerando che, se il regime crollasse, crollerebbe in testa alle forze armate, almeno una parte degli ufficiali sicuramente sta cercando di mettersi in salvo. Solo questo potrebbe portarli a pilotare una transizione. E’ possibile, ma è difficile che questo avvenga.

Se si è al punto che la violenza è l’unico sbocco lo dobbiamo anche al fallimento del dialogo fra Maduro e l’opposizione. Ma il dialogo ha mai avuto chances?

Per la natura stessa del regime di Maduro, un negoziato non è possibile. Sia il chavismo, così come il castrismo e prima ancora il peronismo, non aspirano alla democrazia liberale. Si ritengono uniche e legittime espressioni del “Popolo”, del loro “Popolo”, che sia minoranza o maggioranza non importa: è l’espressione del povero, che a sua volta è l’incarnazione della patria, che combatte una lotta morale contro i ricchi. Quel “Popolo”, per loro, è l’unico legittimato a governare. Il regime chavista, per due decenni, ha continuato ad accumulare potere e a monopolizzarlo, gradualmente si è preso le forze armate, il consiglio elettorale nazionale, i media, la magistratura, i sindacati e soprattutto la compagnia petrolifera Pdvsa, che è diventato il bancomat del regime. Con un governo di questo tipo non si può negoziare un ritorno alla democrazia: non l’accetta, non è nel suo Dna.

Il Vaticano ha provato a far dialogare Maduro con l’opposizione…

Avrebbe avuto più senso aumentare la pressione sul regime. Chi finora ha negoziato, ha solo comprato tempo per Maduro. Ha finito per esserne complice. Quando il Papa ha ricevuto Maduro, gli ha ridato una credibilità internazionale, quando ormai aveva le spalle al muro. E ha obbligato moralmente l’opposizione a sedersi al tavolo del negoziato, quando tutti sapevano che non fosse credibile. Se qualcuno avesse letto i documenti da Caracas pubblicati su Wikileaks (per altro molto apprezzata dai sostenitori italiani di Maduro), può trovare un resoconto delle trappole, degli inganni, delle ipocrisie, del finto rispetto delle leggi e della democrazia del regime di Chavez. E questo già nei primi anni 2000. Il tutto a nome del suo “Popolo”.

Questa idea di “Popolo” è attinta dalla Teologia della Liberazione?

In realtà parte da molto prima. E’ una tradizione cattolica latino-americana del “regime di cristianità”, l’idea che il regno in terra debba riflettere il Regno di Dio. Il Venezuela è l’ultimo dei tanti casi. Lo stesso modello lo troviamo nel castrismo e nel peronismo, molto prima della Teologia della Liberazione. In Venezuela, alle origini del chavismo, negli anni ’90, la Chiesa Cattolica accoglieva con gran benevolenza la candidatura di Hugo Chavez, che si presentava come un militare cattolico. Poi, ben presto, la Chiesa venezuelana ha scoperto che quest’uomo che invocava Cristo voleva creare una religione politica: voleva rendere la sua ideologia nella nuova religione di Stato. Si è resa conto di essere di fronte all’ennesimo umano che voleva farsi Dio. Ma questo ha generato fratture: mentre l’episcopato, ben presto, si è opposto a Chavez, il clero nelle parrocchie, specie in quelle nei quartieri poveri, ha aderito al regime. I gesuiti si sono divisi profondamente. Come Castro era un gesuita, così come gesuita era anche il consigliere di Eva Peron, anche Hugo Chavez si è avvalso dei consigli di un sacerdote gesuita. Il “clero popolare” (e qui sì, c’entra la Teologia della Liberazione) stava con Chavez, l’episcopato con “l’oligarchia”. Papa Francesco, per sua formazione, non può non vedere nel chavismo un membro del suo gregge. Ha sempre avuto questa idea del popolo mitico, incontaminato perché povero e dunque immune alla contaminazione del liberalismo e del capitalismo. Al tempo stesso il Papa è un politico molto raffinato e sa che Maduro è diventato indifendibile. In questa crisi ha mantenuto un profilo molto basso.

Cuba è un modello per il chavismo, cristiano, ma è ufficialmente atea. Come si spiega?

Nel libro a cui ho lavorato per cinque anni su Fidel Castro, “Ultimo re cattolico”, descrivo Cuba come un tipico “regime di cristianità”. Castro lo ha detto più volte: il comunismo, per lui, era il nuovo cristianesimo. I sovietici non credettero mai al marxismo di Castro. Era un’incarnazione di questa antica idea latino-americana del Regno di Dio in terra. “Perché non abbiamo voluto i cattolici nel Partito?” si chiedeva Castro in un’intervista, e la risposta era: “perché il Partito è la nuova fede”. Quasi tutti i militanti rivoluzionari venivano dalla gioventù cattolica, prima di prendere la strada della guerriglia. Appena finita la guerra fredda, Fidel ha riaperto le porte ai credenti e praticanti. Riteneva, con un malcelato egocentrismo, che “il cattolicesimo, al 90% è d’accordo con i principi della rivoluzione”.

E come si spiega l’appoggio della Russia a Maduro? La Russia, ortodossa, è ben estranea a questa tradizione latina…

A parte gli interessi politici, ereditati dalla guerra fredda, la corrente pan-latina, anti-liberale, che tutti questi regimi condividono, per combattere il liberalismo, universalista, si è universalizzata a sua volta, cercando alleati in tutto il mondo. Nelle dittature prima di Peron e poi nel peronismo, il modello era quello dei corporativismi di destra e nel fascismo. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, Castro trovò i suoi alleati naturali nell’Urss e nelle ex colonie ribellatesi agli europei. Dopo la guerra fredda, i regimi anti-liberali e anti-americani cercano alleati fra i governi più anti-liberali, come la Russia di Putin. Una Russia che ormai è un regime fondato sull’alleanza con la Chiesa Ortodossa. Il legame è molto profondo fra questi due regimi: entrambi accusano il liberalismo di aver frammentato una organicità originaria in cui politica e religione, cittadino e fedele, erano un tutt’uno. Non è dunque solo un legame tattico.

E anche in Italia questa mentalità è tutt’altro che aliena. Per questo il nostro governo non prende posizione sul Venezuela?

Certamente. Specie il Movimento 5 Stelle condivide la visione venezuelana: il mito del “Popolo” e la sua organicità è nel Dna del Movimento. Guardando l’America Latina si possono comprendere di più anche le dinamiche italiane attuali.