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Il decreto ammazza-ILVA

Dopo la firma di Napolitano si scatenano le reazioni delle parti in causa (e anche di quelle non in causa). La vera notizia però è che le condizioni poste dal provvedimento decidono di fatto la perdita del controllo della proprietà. Che interessi si celano dietro questa volontà di esproprio?

Ilva72new

Le mamme del quartiere Tamburi di Taranto scrivono al Presidente della Repubblica, dopo la sua firma al decreto del Governo sull’ILVA: “Venga qui, venga a visitare i nostri bambini devastati dal cancro (e non solo), li guardi negli occhi e sostenga il loro sguardo, se ci riesce, gli spieghi perché lo Stato ha preferito darli in pasto al Mostro, quel mostro che ha distrutto il nostro mare, violentato la nostra terra, insozzato il nostro cielo. Dica alle loro mamme che la malattia e la morte del figlio è necessaria altrimenti cala il Pil“.

Il Ministro Clini, per vent’anni direttore generale del Ministero con competenza diretta nei confronti dei siti industriali a rischio, mentre da un lato grida ai quattro venti “Nessuno si opponga” al decreto di dissequestro degli impianti, come se si trattasse di una guerra da combattere contro il rischio, che viene citato da molti, di perdere in quanto sistema Paese il secondo polo siderurgico europeo e non, viceversa, di coordinare un’attività di controllo che rassicuri la cittadinanza, le famiglie, i lavoratori, dall’altro propone l’evacuazione del quartiere Tamburi. Sempre che la popolazione sia d’accordo, naturalmente.

Pannella coglie l’occasione per dare dell’eversore a Napolitano, reo di non averlo ancora nominato senatore a vita (quanta grazia, Presidente!) e gli dice: “La farina del diavolo va in crusca, quando la politica crede davvero di potere tutto contro ogni diritto". Legambiente avverte: "Aspettavamo un decreto Salva Taranto e invece abbiamo ottenuto un decreto esclusivamente Salva Ilva, pericoloso per Taranto e per tutta l’Italia". I Verdi promuovono cortei e fanno esposti alla magistratura contro i proprietari dell’ILVA e il Governo. La magistratura sequestra gli impianti a caldo dello stabilimento e vieta la commercializzazione dei prodotti pur in presenza di perizie nelle quali non si cita nessun nesso di causa ed effetto tra presenza del polo siderurgico e aumenti dei casi di mortalità derivanti da tumori nelle città di Taranto e Statte.

I responsabili del cimitero di San Brunone, nel quartiere Tamburi di Taranto – che dipingono periodicamente di rosa (!) tumuli e pareti annerite - dal canto loro, si sono associati ad altri 148 soggetti, tra cittadini ed enti che chiedono all’ILVA un risarcimento di 9 milioni di euro. Una cifra irrisoria rispetto alla stima diffusa dall’associazione ambientalista Peacelink, che quantifica il danno complessivo alla città e al suo ecosistema in 6 miliardi di euro, che si andrebbero a sommare ai 700 milioni già chiesti dal Comune. D’altra parte, esiste già una sentenza passata in giudicato che condanna l’ILVA per il "gettito di cose pericolose" immagazzinate nel parco minerario. "In quella sentenza – ha spiegato l'avvocato dei 149 - viene accertata la responsabilità penale e civile dei responsabili dello spolverio continuo che ha imbrattato cose, persone ed ambiente. Che ha provocato disturbi di vista e respiratori in ragione dell'emissione di polveri.

È evidente che la massiccia dose di fumi, gas e polveri che ogni giorno si rovesciano sul quartiere abbia generato una notevole riduzione del valore commerciale (oltre che strutturale) dei beni immobili di quel rione, proprio a causa della drastica riduzione dell'interesse al loro acquisto".
I 6 miliardi di euro di danni stimati potrebbero non costituire una boutade, ma risultare reali, specie se le azioni di risarcimento si trasformassero in class action e considerando che l’azione dei magistrati di Taranto, in questi mesi, si è mossa attraverso la logica dei cosiddetti “sequestri per equivalente”: anche se non sarà sollevato un conflitto di attribuzione contro il decreto, è difficilmente immaginabile la loro rinuncia a colpire la proprietà e il patrimonio personale dei proprietari dell’azienda.

A questo punto, si pone una questione centrale. Ai 6 miliardi di cui sopra, si aggiungono – anche qui si tratta di una stima, peraltro attendibile - altri 4 miliardi che gravano come un macigno sulla proprietà dell’ILVA. Da che cosa deriva questa cifra? Dal decreto legge del Governo. Le norme varate, infatti, consentono di riprendere a produrre, utilizzando anche i beni che sono stati oggetto di sequestro da parte della magistratura; assorbono le disposizioni contenute nell’Autorizzazione Integrata Ambientale dello scorso mese di ottobre; prevedono sanzioni che possono arrivare fino al 10% per cento del fatturato (di 5,3 miliardi di euro nel 2011), ma c’è anche dell’altro. Il decreto richiama gli articoli 41 e 43 della Costituzione. L’articolo 43, in particolare, dice: “A fini di utilità generale la legge può riservare originariamente o trasferire, mediante espropriazione e salvo indennizzo, allo Stato, ad enti pubblici o a comunità di lavoratori o di utenti determinate imprese o categorie di imprese, che si riferiscano a servizi pubblici essenziali o a fonti di energia o a situazioni di monopolio ed abbiano carattere di preminente interesse generale”. Proprio in forza di questo richiamo, il Ministro dello Sviluppo Economico ha affermato "Abbiamo introdotto sanzioni e interventi diretti che potrebbero togliere valore alla proprietà, fino alla perdita del controllo".

Dietro queste parole, si cela, in realtà, una decisione già presa: l’amministrazione straordinaria dell’impresa ILVA, e quindi la perdita del controllo della proprietà, è stata già decisa, a meno che l’azienda non sia disponibile – tradotto, non abbia la capacità economica – di investire 3,5-4 miliardi di euro per il risanamento. Questa è la dimensione stimata delle opere di bonifica da effettuare, di fronte alla quale fa un po’ sorridere l’entità delle cifre per il risanamento prevista nel protocollo d’intesa tra Governo, Enti locali e impresa, nel quale s’indicava la cifra di 360 milioni di euro.

Il patrimonio dell’azienda e dei suoi proprietari può affrontare un impegno di tal fatta? Si può ragionevolmente ritenere che vi possano essere partners internazionali che per entrare in compartecipazione con gli attuali proprietari o per rilevare interamente l’azienda – e le cronache raccontano che la proprietà sta lavorando in questa direzione - si accollino un onere di tal fatta? È questo il punto dirimente rispetto a qualsiasi altro discorso. Invece di decreto Salva-Ilva, avrebbero dovuto chiamarlo decreto Ammazza-ILVA e si dovrebbe anche chiarire, e in fretta, quali tipo di interessi si celano dietro questa volontà di esproprio.