• LEGA E 5 STELLE AI FERRI CORTI

Il caso degli emendamenti del governo contro il governo

E’ alquanto anomalo che un governo si presenti sistematicamente diviso in Parlamento e che una delle due forze politiche sulle quali si regge la maggioranza presenti emendamenti per contrastare quanto propone l’altra. Fosse successo all’epoca della Prima Repubblica si sarebbe subito aperta una crisi di governo.

Nella Prima Repubblica il famigerato pentapartito era percorso da tensioni interne che ne minavano la stabilità. Però, quando si firmava un accordo o si siglava una tregua, i partiti di governo remavano uniti e la concordia regnava sovrana. Spartite le poltrone in base al “manuale Cencelli”, accontentati gli appetiti di tutti, la naturale rivalità tra le diverse forze politiche, stimolata dal sistema proporzionale che obbligava ciascun partito a correre da solo, non distruggeva la necessaria coesione nelle scelte fondamentali.

Quando democristiani e socialisti litigavano o quando i partiti minori (liberali, repubblicani e socialdemocratici) sbraitavano per contare di più e per far pesare il loro piccolo bottino elettorale, si promuovevano vertici per ricomporre le fratture, dopo di che si procedeva nell’attuazione del programma di governo senza colpi bassi né vendette trasversali.

Invece, nella cosiddetta Terza Repubblica, quella che secondo alcuni stiamo vivendo, non c’è mai pace né tra i partiti di governo né all’interno di una delle due forze di governo (la Lega, da questo punto, appare compatta).

Nonostante la firma di un contratto di governo, scritto con cura ma vacuo, generico e fumoso in molti suoi punti, Lega e Cinque Stelle continuano a discutere aspramente su ogni singolo punto di quel documento, senza a volte trovare la cosiddetta quadra. Ancora gli italiani non sanno, ad esempio, se la riforma della prescrizione partirà comunque nel 2020 o diventerà operativa soltanto quando sarà stato riformato il processo penale. Eppure questa formula ambigua consente a Lega e Cinque Stelle di rivendicare, ciascuno verso il rispettivo elettorato di riferimento, un successo programmatico.

La competizione tra i due alleati di governo è destinata a diventare più accesa, man mano che ci si avvicina alle elezioni europee. Anche qualora l’attuale quadro politico reggesse senza scossoni, cioè se il governo Conte arrivasse integro alle urne di maggio 2019, pentastellati e leghisti sarebbero comunque più distanti di quanto non lo sono già ora. Sarà infatti normale che ciascuno dei due soggetti politici enfatizzi progressivamente le differenze con l’alleato, al fine di strappare più voti possibili e, subito dopo, rinegoziare da una posizione di forza (è il piano del Carroccio) un rimpasto di governo o addirittura far saltare il tavolo e provocare la caduta dell’esecutivo.

Segnale premonitore di questo clima di finta tregua è l’uso “ricattatorio” degli emendamenti ai disegni di legge presentati in Parlamento. Sul ddl anticorruzione i leghisti hanno presentato molti emendamenti “anti-Cinque Stelle”, così come sul decreto sicurezza i pentastellati hanno ostacolato non poco il cammino del testo voluto da Matteo Salvini, presentando tanti emendamenti. Stessa cosa dicasi in materia di legittima difesa.

E’ alquanto anomalo che un governo si presenti sistematicamente diviso in Parlamento e che una delle due forze politiche sulle quali si regge la maggioranza presenti emendamenti per contrastare quanto propone l’altra forza politica. Fosse successo all’epoca della Prima Repubblica tra socialisti e democristiani, si sarebbe subito aperta una crisi di governo. Poco importa che alla fine le Camere approvino il testo di legge e che torni il sereno (apparente) tra i due alleati. Rimane il fatto che durante l’iter parlamentare si assiste alla sistematica presentazione di emendamenti non concordati tra Lega e Cinque Stelle. L’aver dovuto ricorrere alla fiducia al Senato sul decreto sicurezza evidenzia che probabilmente il pallino sta sfuggendo di mano allo stesso premier Giuseppe Conte, chiamato ogni volta a mediare.

Senza dimenticare le iniziative di “spoil system” decise a volte in modo unilaterale da una delle due forze di governo. L’ultima, in ordine di tempo, la rimozione del presidente dell’Agenzia spaziale italiana, Roberto Battiston, che i Cinque Stelle sostengono di non aver avallato, anzi di aver subìto.

Tutti segnali d’allarme per la tenuta dell’esecutivo, sostenuto da una forza politica, la Lega, che non ha quasi nulla da perdere essendo in forte crescita nei sondaggi e quindi pronta in qualunque momento a nuovi scenari governativi o elettorali e un’altra, i Cinque Stelle, attraversata da profonde inquietudini interne tra chi vorrebbe staccare la spina al governo, per riacquistare la “purezza d’immagine” intaccata dai troppi compromessi con i leghisti, e chi, come Luigi Di Maio, sa che difficilmente gli capiterebbe un’altra occasione qualora l’attuale governo fallisse. Anche perché la regola pentastellata del vincolo dei due mandati varrebbe anche per lui.