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Ieng Sary e i "buchi della memoria"

Ieng Sary, l’ex ministro degli Esteri del regime dei Khmer Rossi, ha fatto a tempo a morire di morte naturale prima che si concludesse il processo a suo carico. Ai cambogiani, già privati della libertà, non è mai stata data una memoria.

Cambogia

Ieng Sary, l’ex ministro degli Esteri del regime dei Khmer Rossi in Cambogia, ha fatto a tempo a morire di morte naturale prima che si concludesse il processo a suo carico. Ieng Sary era il “fratello numero 3” del regime instaurato nel 1975 da Pol Pot, allievo di Jean Paul Sartre, comunista integrale, intento a compiere in Cambogia quel che non era riuscito agli altri regimi comunisti: arrivare all’utopia egualitaria di Marx saltando tutti i passaggi intermedi.

Niente “socialismo reale”, dunque: si doveva collettivizzare tutto e subito, eliminare la famiglia, sopprimere tutte le religioni, rieducare i singoli a considerarsi come enti collettivi, deportandoli nelle campagne (le città erano luoghi di “decadenza borghese”), obbligandoli a lavorare nei campi, a dormire e consumare pasti in spazi comuni, a non mostrare sentimenti verso i propri cari (si poteva essere condannati anche a morte per “sentimentalismo borghese”), a vivere separatamente dai propri figli e non usare più il pronome personale “io”.

Questo gigantesco esperimento sociale costò, secondo le stime più accreditate, circa 2 milioni di morti, su una popolazione che ne contava 6 e mezzo, in meno di quattro anni. Veniva eliminato fisicamente chiunque fosse considerato indegno della nuova società che si stava costruendo. A Radio Phnom Penh, Pol Pot stesso dichiarò che sarebbe bastato un solo milione di cambogiani per costruire la nuova società. Fosse rimasto al potere più a lungo, probabilmente quell’obiettivo lo avrebbe raggiunto.

Ieng Sary, in questo disegno, fu il responsabile di una vera e propria trappola mortale. In qualità di ministro degli Esteri, convinse molti cambogiani comunisti a rientrare in patria dai loro luoghi di esilio, per aiutare il Paese a completare il suo processo rivoluzionario. Quasi tutti coloro che accettarono di tornare morirono: essendo venuti a contatto con la “decadenza borghese” di nazioni straniere (soprattutto la Francia), in quasi tutti i casi venivano torturati, costretti a denunciare tutti i loro conoscenti e arbitrariamente uccisi. Questi crimini risalgono, appunto, al periodo 1975-1979.

Ieng Sary è morto oggi, all’età di 87 anni ed era ancora sotto processo. Come si spiega una lentezza simile? La prima volta che il governo di Hun Sen, nella Cambogia post-Khmer, prese l’impegno solenne di istituire un tribunale internazionale per il processo ai dirigenti del passato regime, risale al 1997. Dovettero passare 10 anni perché il tribunale venisse istituito. Dal 2007 al 2010 si svolse un solo processo. L’imputato, condannato a 35 anni, era Kaing Guek Eav, detto “compagno Duch”, direttore della prigione di Tuol Sleng (S-21) dove vennero torturati e uccisi 15mila prigionieri. Spesso erano cambogiani della diaspora, rientrati perché convinti dalla propaganda di Ieng Sary, appunto.

Solo nel 2011 iniziò il processo per i quattro vertici (ancora vivi) del passato regime: Nuon Chea, Khieu Samphan, Ieng Sary, and Ieng Thirith. Motivo di tanta lentezza, secondo l’organizzazione per i diritti umani Human Rights Watch, è l’ostruzionismo dello stesso primo ministro Hun Sen.
Un vero boicottaggio, fatto di lungaggini burocratiche e limiti ai finanziamenti, veti sulle persone da indagare e processare, che ha indotto più di un magistrato non cambogiano a dare le dimissioni. Hun Sen era un Khmer Rosso. Se gli manca un occhio, è perché lo perse in battaglia nel maggio del 1975, nelle fasi finali della guerra civile cambogiana, poco prima della presa del potere da parte di Pol Pot. Venne subito cooptato negli alti ranghi del nuovo potere e promosso al rango di ufficiale.

Non è chiaro cosa fece fra il 1975 e il 1977, quando presidiava le regioni orientali della Cambogia. Nel regime degli Khmer, ogni ufficiale e ogni funzionario locale del partito aveva un potere arbitrario immenso su tutti gli abitanti locali. Nel 1977, quando iniziarono ad intensificarsi gli scontri con il vicino Vietnam, Hun Sen passò dall’altra parte. E nel 1979 tornò nella capitale Phnom Penh da vincitore, assieme alle truppe vietnamite.

Divenne ministro degli Esteri nel regime filo-vietnamita e poi primo ministro. Da allora ad oggi ha sempre mantenuto il potere, alternando periodi di pace e guerriglia contro i Khmer Rossi che non demordevano. Ieng Sary stesso, nel 1996, beneficiò dell’amnistia proclamata da Hun Sen. Si ruppe l’equilibrio solo nel 1997, quando, temendo una nuova presa del potere dei Khmer Rossi, Hun Sen riprese il potere con la forza.

E fu solo allora che promise un processo per i leader suoi nemici redivivi. Ma già nel 1998, sconfitti militarmente i Khmer e ucciso Pol Pot, Hun Sen faceva di nuovo un passo indietro. Il premier, tuttavia, non ha alcuna intenzione che si vada oltre al processo a quattro (ormai 3) leader decrepiti.
I cambogiani, benché usciti dall’incubo di Pol Pot, non hanno mai conosciuto la libertà. E non hanno mai conosciuto fino in fondo la loro storia. “Scavate una buca e seppelliteci il passato” aveva dichiarato Hun Sen nel 1998, durante un party, alla presenza di Noun Chea e Khieu Samphan, quando erano ancora liberi. I due leader sono poi stati traditi, per motivi solo politici. Ma il crimine del loro regime resta sepolto nei buchi della memoria.