a cura di Anna Bono
  • Sahara Occidentale

I rifugiati Saharawi, una crisi dimenticata

 

Quando nel 1975 il Marocco ha annesso una parte del Sahara occidentale dopo il ritiro delle forze coloniali spagnole, decine di migliaia di persone di etnia Saharawi sono fuggite dai territori  annessi. Da allora vivono in cinque campi profughi allestiti nell’Algeria occidentale, nella provincia di Tindouf dove si è insediato anche il Fronte Polisario, il movimento indipendentista nato nel 1973. L’Alto commissariato Onu per i rifugiati stima che attualmente gli ospiti Saharawi dei campi algerini siano più di 170.000, mentre il governo marocchino sostiene che siano soltanto circa 40.000. Comunque sia, i Saharawi sono tra i rifugiati da più tempo esuli: quasi mezzo secolo. Molti di essi sono separati dal resto della famiglia dal muro lungo 2.700 chilometri costruito dal Marocco che divide i due terzi marocchini del Sahara Occidentale dal territorio quasi disabitato controllato dal Fronte Polisario che nel 1976 ha proclamato la Repubblica democratica araba dei Saharawi. I rifugiati di Tindouf dipendono quasi interamente dagli aiuti internazionali per cibo, acqua, istruzione dei giovani, cure mediche e ogni altra necessità. Il 77% dei generi alimentari di cui hanno bisogno sono assicurati dall’assistenza umanitaria. Il territorio in cui vivono infatti è desertico e isolato, caratterizzato da un clima estremamente inclemente, dove le opportunità di lavoro e di svolgere attività economiche sono molto limitate. L’Unione Europea, con un contributo di 4 milioni di euro all’anno, è il principale partner umanitario del Pam, il Programma alimentare mondiale, che provvede alla distribuzione di generi alimentari effettuata ogni mese per un totale di 125.000 razioni a base di riso, cereali, legumi e olio.