a cura di Anna Bono
  • Myanmar

I rifugiati Rohingya sono il “grande mercato” delle ong

L’inizio delle operazioni di rimpatrio dei primi 2.260 Rohingya fuggiti dal Myanmar in Bangladesh lo scorso anno, previsto per il 15 novembre, è stato rinviato a fine mese perché nessuno dei rifugiati selezioni ha accettato di tornare a casa. Al rifiuto hanno contribuito l’Unhcr e le ong impegnate nei campi di Cox’s Bazar che ospitano oltre 700.000 persone, secondo cui il rimpatrio è prematuro e avventato. Il 23 novembre, nel corso di una conferenza stampa a Naypyidaw, U Zaw Htay, portavoce dell’ufficio presidenziale birmano, ha criticato duramente le ong. “La prospettiva di guadagno – ha affermato – e non i timori per la sicurezza dei rifugiati è il vero motivo per cui gli operatori si oppongono al loro rimpatrio. Le ong non vogliono che i profughi facciano ritorno perché solo così otterranno i finanziamenti per i loro imponenti progetti a lungo termine per l’assistenza sanitaria, i bambini, le donne e via dicendo”.  Anche per le ong che distribuiscono cibo e vestiti i rifugiati rappresentano “un grande mercato”, ha aggiunto: “è per questo con convincono i rifugiati a non tornare. Vogliono che vi rimangano a tempo indeterminato”. Intervistati dall’agenzia di stampa AsiaNews, i rappresentanti di due ong hanno respinto le accuse. Secondo Chandan Z. Gomez, cattolico, direttore di World Vision Bangladesh, “le Ong ed il governo bangladeshi vogliono che i Rohingya tornino in Myanmar, ma con onore” e non ci sono ancora garanzie in tal senso. “Non scoraggiamo mai i rifugiati a tornare alla loro terra natia -  ha detto a sua volta Moqbul Ahmed, musulmano, capo della squadra distrettuale di Coast, Associazione costiera per la trasformazione sociale – ma non vi è una situazione favorevole in Myanmar.  Sono loro a non voler tornare. D'altra parte non possiamo inviarli con la forza, dobbiamo seguire le regole”.