• AUTONOMIA

I referendum forgiano nuove alleanze territoriali

Maroni, Salvini e Zaia

A leggere i resoconti giornalistici di queste ore sembrerebbe che l’unico significato dei referendum consultivi per l’autonomia di Veneto e Lombardia sia quello di aver regalato una popolarità inaspettata al governatore Luca Zaia, accreditato addirittura della premiership del centrodestra. Alcuni commentatori, poi, leggono in quel voto di domenica anche una rivincita della Lega su Forza Italia e si proiettano sulle elezioni siciliane del 5 novembre, che potrebbero rappresentare l’occasione di un riequilibrio di peso nel centrodestra, in caso di vittoria di Musumeci.

Ci sembra, in realtà, che gli osservatori di fenomeni politici si stiano perdendo in sterili ragionamenti, sottovalutando il profondo significato della consultazione popolare di domenica scorsa, che ha portato alle urne circa cinque milioni e mezzo di aventi diritto in due delle regioni chiave dell’economia del nostro Paese. Il messaggio delle urne venete e lombarde è chiaro: ad aver appoggiato quei quesiti è stato un elettorato variegato, multiforme e trasversale. Tra chi è andato alle urne e ha votato in larghissima maggioranza “si”, ci sono cittadini di centrodestra, di centrosinistra e dei Cinque Stelle. Tra chi non è andato ci sono soprattutto cittadini di centrosinistra che temevano, recandosi ai seggi, di fare un favore al centrodestra, ma anche moltissimi elettori svogliati, apatici, che non credono più nelle riforme istituzionali e che hanno abbracciato qualunquisticamente l’astensione e l’indifferentismo quale nuova frontiera del loro rapporto con il Palazzo.

Per avere prova dell’assoluta trasversalità del voto bastava sfogliare i giornali degli ultimi due giorni. Renzi dichiara di dar credito al verdetto delle urne e quasi vuole intestarsene la paternità, tentando di ricondurlo al filone più generale della “rottamazione”, cioè della volontà di modificare gli assetti istituzionali esistenti, prefigurando nuovi scenari di rappresentanza delle istanze delle popolazioni e dei territori. In questo si comporta come Berlusconi, che si è detto entusiasta dell’esito dei referendum e che ha cavalcato la propaganda di Maroni e Zaia, sia pure soltanto nell’ultima settimana di campagna, per evitare di lasciare alla Lega il monopolio della difesa delle ragioni autonomiste.

Ma stupiscono anche altre strane convergenze. I grillini esultano per quella che definiscono una vittoria della democrazia rappresentativa, un successo della partecipazione popolare, allineandosi a Matteo Salvini, che tuttavia esce in parte ridimensionato dal voto, visto che con il suo “lepenismo nazionalista” rischia di dover cedere spazi di potere, nel Carroccio e nel centrodestra, a vantaggio del duo “nordista” Zaia-Maroni. E’ soprattutto il primo che sta forzando la mano con il governo centrale, forte del “plebiscito” di domenica scorsa in Veneto. "Vogliamo lo statuto speciale, vogliamo diventare come la Valle d’Aosta", ha tuonato il battagliero Zaia, in questo smarcandosi dal collega lombardo Maroni, che invece ha scelto la linea soft del dialogo senza forzature con Gentiloni, al fine di portare a casa ampi margini di manovra per la Lombardia, nel maggior numero possibile delle 23 materie di legislazione concorrente Stato-Regioni, tra le quali spiccano l’istruzione e il coordinamento della finanza pubblica.

L’autonomia regionale, quindi, concorre a ridisegnare la geografia degli schieramenti: Renzi con Berlusconi, Salvini con i grillini e, potrà sembrare quasi un sogno, Michele Emiliano, governatore pugliese, a braccetto con Giovanni Toti, presidente della Regione Liguria. Questi ultimi due ieri hanno rilasciato dichiarazioni fotocopia. Il primo, del Pd, ha difeso le iniziative referendarie di Veneto e Lombardia, ha annunciato che ne promuoverà una analoga in Puglia, ha criticato il suo partito, accusandolo di non avere una linea chiara sull’autonomia, e si è detto convinto che il futuro sia nella valorizzazione del potere delle regioni. Toti, di Forza Italia, con parole diverse, ha espresso concetti analoghi, arrivando ad auspicare venti regioni a statuto speciale, vale a dire un modello di governance autonomo per ciascuna regione italiana, pur nel quadro di una permanente unità nazionale.

Tutto questo dimostra in maniera lampante che i referendum di domenica sono stati solo una tappa del processo di progressiva disgregazione delle sovranità nazionali e sovranazionali in atto in Europa. Gli esiti delle elezioni politiche in diversi Stati del Vecchio Continente stanno scardinando equilibri consolidati tra cancellerie europee, rimettendo in discussione l’esistenza stessa dell’Unione. Ora in Italia sembra accelerare una tendenza verso la rifocalizzazione sull’elemento territoriale, verso la valorizzazione delle autonomie delle regioni. Conta sempre più la difesa del territorio rispetto all’appartenenza a un partito o a uno schieramento. La rappresentazione plastica di questo orientamento si rintraccia nelle posizioni di Giorgia Meloni, alleata con Salvini su base nazionale, ma profondamente critica nei confronti dei referendum di Veneto e Lombardia. Sulla gestione delle risorse, sul rapporto tra istituzioni e cittadino, sulla riallocazione dei poteri si sperimentano nuove alleanze, in parte imprevedibili, ma anche inevitabili. Si va verso la formazione di coalizioni territoriali o addirittura di nuovi partiti autonomisti, che metteranno nell’ombra o comunque in crisi quelli tradizionali. Gli attuali attori politici forse stanno capendo che è così e stanno tentando di governare questa transizione. Se non ci riusciranno, ne resteranno travolti.