• I TITOLI DELLA GRANDE STAMPA

I media per il caso Boschi, l'eutanasia è già secondaria

Sulle prime pagine dei giornali in edicola ieri campeggiava la notizia dello scontro tra il presidente della Consob Vegas e il sottosegretario Maria Elena Boschi. Notizia di primo piano per gli equilibri del governo attuale e del Pd in vista delle prossime elezioni, che evidenzia un interesse verso una vicenda non propriamente politica, ma di cui difficilmente tra dieci anni ci ricorderemo. Vegas chi? E la Boschi? Quella che andava alle prime della Scala? Di questo scontro oggi così “epocale” – ci scommettiamo – non resterà traccia su traccia.

Invece tra dieci anni vedremo sotto i nostri occhi gli effetti diabolici della messa in pratica sistematica del biotestamento, che condurrà a morire chissà quanti italiani convinti che quella di farla finita non sia poi una decisione così malvagia, purché non la si chiami eutanasia. Eppure gli effetti di quello che vedremo tra dieci anni sono stati generati dal voto parlamentare di giovedì. Voto storico che però i giornali hanno trattato in tono minore, pensando che gli interessi bancari della Boschi e la vittoria a X Factor del promettente tenore Lorenzo Licitra, meritassero maggiore visibilità.

Per raccontare la drammatica giornata vissuta dall’Italia è bastata la foto in cui Emma Bonino piangeva di gioia perché finalmente dopo 30 anni di battaglia, l’Italia mette un piede deciso verso l’eutanasia dei suoi cittadini. La foto era il messaggio, tutto il resto, le problematiche drammatiche lasciate sul piatto dalla legge, a cominciare dalla mancata obiezione di coscienza, sono state trattate “da compitino” con i soliti accorgimenti per mascherare la verità dei fatti.

Repubblica ad esempio, con Chiara Saraceno, ci informa che “finalmente la legge sul biotestamento garantisce a ognuno di noi il diritto di decidere anticipatamente se e come farsi curare quando siamo malati terminali”. E’ una falsità astuta utilizzata ieri da molti giornali. In realtà la legge non riguarda i malati terminali, ma tutti coloro che, per anzianità o disabilità o malattia non terminale decidono anticipatamente di lasciarsi morire di fame, sete e soffocamento nel caso in cui dovessero essere incapaci di decidere. Perché è questo che stabilisce l’articolo 1 della nuova legge quando inquadra ventilazione, idratazione e alimentazione come cure mediche e non sostegni vitali. Quindi la cura e la malattia terminale in realtà non c’entrano quasi nulla con la legge approvata a Palazzo Madama, per quelle c’entra solo il concetto medicalmente accettato di accanimento terapeutico.

Incredibile Avvenire che riesce a dividere la prima pagina dando la stessa rilevanza alla notizia del biotestamento comparata anche graficamente e nell'editoriale del direttore ad una notizia sull'impegno dei nostri militari in Niger. Un'analtra Nassyria? Macché. Contrasteremo manu militari il traffico dei migranti. Indegno! dice il quotidiano dei vescovi. E quindi paragonabile all'ingresso dell'eutanasia in Italia. Che cosa c'entra? Nulla, ma serve per gettare fumo sulla notizia principale e dimidiarla con altro. 

C’è chi, come il Foglio, che ai tempi della tragedia di Eluana fece una battaglia esemplare, oggi si limita con distacco emotivo a un editorialino di prammatica sull’ingerenza dello Stato e chi, come la Stampa non ha neanche il coraggio di dare la notizia in evidenza, ma la relega di spalla, facendo parlare un malato di Sla che dice: “Finalmente posso scegliere la mia fine”.

E poi, in tutto questo tripudio di “finalmente”, c’è il Corriere della Sera. Anche qui lo stesso canovaccio più o meno delle altre ammiraglie dell’informazione laicista: la foto in prima con le lacrime della Bonino, il pezzo di cronaca mettendo in evidenza i cattolici spaccati, le novità della legge, stando ben attenti a non parlare mai di eutanasia e le storie di chi è morto senza avere la legge e di chi, finalmente!, potrà utilizzare le sue Dat per porre fine all’esistenza. Questo è lo schema.

A cui pochi si sono sottratti. Perché in fondo la vera battaglia era già stata condotta con la morte di Eluana Englaro. E’ stato lì che si è segnato il discrimine decisivo verso la deriva eutanasica dell’Italia, lì che si è rotta l'alleanza medico paziente, lì che il concetto di idratazione è stato irrimediabilmente cambiato.

Quel 9 febbraio del 2009, Eluana moriva nel tripudio nevrotico dei sacerdoti dell’autodeterminazione spacciata per libertà e mascherata da falsa carità e si preparavano i germi di quella che poi, sempre finalmente!, 8 anni dopo è diventata la legge sul biotestamento proprio nel nome di Eluana e Fabo, Welby e tutti gli altri utilizzati come martiri al contrario nella meticolosa apologetica pro morte. Insomma, tutto sommato, ieri ci siamo trovati a raccontare nulla più che un semplice sviluppo di cronaca.