• PRIMARIE USA

I Democratici divisi su tutto. Sull'aborto sono unanimi

Chi sfida Trump nel 2020? I primi dibattiti televisivi fra aspiranti candidati Democratici ci permettono di vedere quali siano le varie anime del Partito dell’asinello. E di capire come mai l’elettorato cattolico americano sia diviso e non più compatto a sinistra. Essenzialmente perché solo su una questione i Dems sono unanimi: tutti pro-aborto.

Il dibattito fra candidati Democratici

Venticinque contendenti alla nomination per la candidatura nel Partito Democratico, per le elezioni presidenziali del 2020. Sarà un percorso lunghissimo che si concluderà con la selezione del candidato presidente nell’estate del 2020 e infine con le elezioni fra lo sfidante e Trump, il primo martedì del novembre dell’anno prossimo.

Questi primissimi dibattiti televisivi ci permettono, intanto, di vedere quali siano le varie anime del Partito dell’asinello. E di capire come mai l’elettorato cattolico americano continui ad essere diviso, come nelle ultime elezioni, e non più un feudo democratico, come era in gran parte della storia del Novecento.

I candidati democratici stanno iniziando a dividersi e raggrupparsi in categorie ideologiche. Ci sono i massimalisti, fra cui il più celebre è Bernie Sanders, lo sfidante della Clinton nel 2016, noto anche per essere stato incontrato informalmente dal Papa in Vaticano, durante le elezioni primarie. Ma oltre a Bernie Sanders, in questo gruppo si sta facendo notare soprattutto Elizabeth Warren, una bionda senatrice del Massachusetts che si è recentemente sottoposta a esame del Dna per dimostrare di essere di origine nativa americana (indiana americana, per chi usa ancora il vecchio termine ormai politicamente scorretto). Nel gruppo dei moderati si distingue soprattutto l’ex vicepresidente di Obama, Joe Biden, cattolico, rappresentante dell’elettorato operaio della “rust belt” e per questo in concorrenza diretta con Trump, che pesca nel suo stesso bacino elettorale. Ma anche in questo settore del partito c’è un emergente ed è John Delaney, deputato del Maryland. Gli altri candidati si posizionano su una vasta gamma di sfumature fra questi due estremi.

Lo scopo della battaglia fra moderati e massimalisti sta nel comprendere quale elettorato potrebbe garantire la vittoria contro Donald Trump. Una posizione estrema aiuta a raccogliere voti nella base democratica, ancora delusa dalla performance di Hillary Clinton. Ma una posizione moderata aiuta a catturare il consenso fra gli indecisi, che spesso costituiscono la maggioranza assoluta dell’elettorato americano. Delaney e Biden, in pratica, accusano i loro avversari massimalisti, di spaventare l’americano medio con posizioni e proposte troppo estremiste, improponibili al di fuori della base militante di sinistra. Al contrario, la Warren e Sanders ritengono che il moderatismo sia il modo migliore per perdere, perché il moderato non vorrà comunque mobilitarsi, mentre si rischia di perdere il voto militante della base liberal e progressista.

I contenuti del dibattito sono essenzialmente tre: immigrazione, sanità ed ecologia. Il Partito Democratico, secondo Sanders e la Warren, deve avere il coraggio di spingersi oltre all’operato di Obama, proporre una copertura sanitaria universale (che non vuol dire ancora nazionalizzazione, ma assicurazioni sanitarie per tutti), un’amnistia generale per i clandestini, depenalizzazione dell’attraversamento (ora illegale) del confine ed estensione del welfare a tutti gli immigrati. Quanto all’ecologia, i massimalisti del Partito Democratico sono favorevoli al sostegno del Green New Deal, il colossale piano di investimenti per la riconversione della produzione energetica e la rivoluzione del trasporto pubblico, di cui è promotrice soprattutto Alexandria Ocasio Cortez, “l’allieva” di Sanders in Congresso. Secondo Joe Biden e John Delaney, questi progetti serviranno solo ad alienare il grosso dell’elettorato. Un sondaggio effettuato da Marist dà ragione ai moderati: la maggioranza assoluta degli americani sono contrari alla copertura sanitaria universale, perché non vuole rinunciare alle assicurazioni private, ed è contraria alla legalizzazione dell’immigrazione in tutte le sue forme. Quanto all’ecologia, è il mercato che dà la risposta. I mezzi pubblici meno usati dagli americani (assieme i bus Greyhound ormai in bancarotta) sono proprio i treni, i meno inquinanti. E la vittoria di Trump è dovuta anche alla sua crociata in difesa del carbone americano. Difficile prendere i voti della “rust belt” se poi licenzi operai e minatori.

Tuttavia c’è un campo in cui il dibattito non esiste, perché sono tutti d’accordo. Ed è quello su: vita, diritti civili e nuovi diritti. Tutti i candidati Democratici di queste primarie, compreso il cattolico Joe Biden, sono pro-aborto e hanno dei punteggi altissimi presso le lobby pro-scelta che registrano la storia dei loro voti. Biden ha votato per finanziare le cliniche abortiste, diffondere la contraccezione, difendere i “diritti riproduttivi”, eliminare gli ultimi divieti all’aborto (come quello nelle basi militari). Ed è il più moderato. Perché Elizabeth Warren, nel campo opposto, ha dichiarato recentemente che “l’aborto legale è più sicuro di un’operazione alle tonsille”. Ed è sostanzialmente questo lo spirito con cui affronta l’argomento. Il moderato Delaney è un sostenitore del finanziamento pubblico delle cliniche abortiste, perché “le donne povere non siano discriminate”. L’estremista Bernie Sanders (benché, appunto, abbia incontrato il Papa), ha una lunghissima storia di voti, dal 1993 ad oggi, tutta pro-aborto.

L’aborto è sicuramente il tema più pesante, specie in questo periodo in cui la Corte Suprema è profondamente cambiata e i singoli Stati stanno introducendo riforme, anche estreme, pro o contro il diritto alla vita. E l’unanimità pro-abortista dei Democratici contribuisce a spiegare perché l’elettorato cattolico sia diviso. Gli ultimi sondaggi danno i cattolici al 44% pro-Democratici (la maggioranza relativa) e al 37% pro-Repubblicani, gli altri non sanno o sono indipendenti. Il dato dovrebbe preoccupare i candidati dell’asinello, perché il Partito Democratico ha sempre contato, in tutta la storia del Novecento, su un compatto apporto di voti cattolici. Le analisi che vanno per la maggiore, in un periodo di politica identitaria, tendono a interpretare il cambiamento del voto cattolico come un suo “imborghesimento”: dal momento in cui i cattolici non sono più operai neo-immigrati, ma sono parte della classe media e sono bianchi, tendono a votare come i bianchi della classe media, cioè i Repubblicani o i Democratici più moderati. E fanno eccezione gli immigrati latino-americani, infatti, che votano Democratico a stragrande maggioranza (tranne i cubani, per motivi politici).

Ma queste analisi non tengono conto delle questioni dei valori non negoziabili e della vita soprattutto. Nel momento in cui il Partito Democratico mette seriamente in dubbio il diritto alla vita, i cattolici non possono che interrogarsi. Che significato dare al cattolicesimo nella vita politica? Il cattolico deve essere impegnato soprattutto nel sociale, specialmente nell’aiuto agli immigrati? Oppure deve soprattutto difendere il diritto alla vita? Chi si dà la prima risposta, tende a votare Democratico. Ma chi difende prima di tutto il diritto alla vita, ha difficoltà a votare un partito in cui tutti, compreso il principale candidato cattolico, lo rinnegano apertamente.