• LO STUDIO BRITANNICO

I Conquistadores hanno provocato un'era glaciale?

Un nuovo studio scientifico britannico dimostrerebbe che la colonizzazione europea delle Americhe avrebbe provocato la Piccola Era Glaciale del '600 e '700. Il genocidio dei popoli indigeni avrebbe provocato una riforestazione alla base del raffreddamento globale. Sarà vero? Mariani e Zavatti analizzano questo studio, che non va preso come oro colato, a dir poco. 

COLONIZZAZIONE E CLIMA, TESI FORZATE di L. Mariani e F. Zavatti

Lisbona, monumento agli scopritori dell'America

Un nuovo studio scientifico britannico sta provocando molta sensazione. Si tratta di una ricerca condotta da un team della University College di Londra secondo cui la colonizzazione delle Americhe nel XVI Secolo sarebbe la causa del periodo di raffreddamento globale noto come “Piccola Era Glaciale”, un periodo durato dal XVII all’inizio del XIX Secolo, in cui si poteva pattinare sul Tamigi e la vita dei coloni in America era due volte più difficile a causa del “freddo benvenuto” del Nuovo Mondo. L’ipotesi è doppiamente suggestiva, specie in un periodo come il nostro in cui gran parte dell’attenzione è dedicata dai media ai cambiamenti climatici antropogenici (causati dall’uomo) e al revisionismo storico, al ribasso, sul ruolo degli europei cristiani nella storia del mondo. Non si può dire che non siano conclusioni al passo coi tempi, in un periodo in cui, nelle università americane, anche nella cattolica Notre Dame, si coprono i dipinti di Cristoforo Colombo e le statue dello scopritore italiano delle Americhe vengono rimosse dalle città. In pratica questo studio ha un tempismo perfetto, confermando due verità di fede laiche: “sì, l’uomo è la causa dei cambiamenti climatici” e “sì, gli europei cristiani hanno ucciso più di ogni altra civiltà”. E le due cose sono interrelate: l’uccisione massiccia dei popoli pre-colombiani, da parte degli europei cristiani, ha provocato un drastico cambiamento climatico. Cosa si può chiedere di più? Che lo studio riveli anche una verità scientifica, oltre che una verità di fede.

Per questo vi presentiamo un’analisi dello studio britannico condotta da Luigi Mariani e Franco Zavatti, in cui si evidenziano, non solo i punti di forza, ma anche i punti deboli di questa ricerca. Sui punti di forza si è detto molto, soprattutto nei media anglosassoni. I ricercatori britannici giungono a stimare una mortalità fra le popolazioni pre-colombiane compresa fra 40 a 71 milioni di persone con valore più probabile di 55 milioni di morti. Tali dati sono stati ricavati da innumerevoli fonti, quali ad esempio i dati raccolti dal padre domenicano Bartolomé de las Casas per i Caraibi o i censimenti effettuati dagli spagnoli dopo la conquista. Da tale mortalità, ipotizzando che ogni abitante gravasse su poco più di 1 ettaro di superficie agricola, ipotizzano la riforestazione di 56 milioni di ettari, pari a poco meno di 2 volte la superficie dell’Italia. L’imponente aumento delle foreste avrebbe provocato una sottrazione all’atmosfera di un quantitativo di CO2 tale da provocare un fenomeno di raffreddamento globale. CO2 è un gas ad effetto serra e come tale esercita un effetto sul clima, per cui un suo calo, ove non controbilanciato, può condurre a un raffreddamento. In sostanza dunque se CO2 diminuisce e non vi sono altri fattori causali (come le eruzioni vulcaniche) in grado di determinare il calo delle temperature globali, la conclusione che ne traggono gli autori senza dubbio è una di quelle possibili.

Però si riscontrano anche notevoli punti deboli nell’analisi e l’ipotesi degli autori britannici sulla causa della Piccola Era Glaciale non è la sola possibile. Primo punto debole: ancora oggi non sappiamo quanti fossero gli abitanti pre-colombiani delle Americhe. Le stime del secolo scorso parlavano di non più di 8 milioni di individui in tutto il continente americano. Oggi alcuni autori ipotizzano che fossero 110 milioni. In mezzo alle due stime estreme, le ipotesi si sprecano, in mancanza di censimenti veri e propri. Ancora non sappiamo, poi, quali siano effettivamente le cause della scomparsa quasi completa di questi popoli. Escludendo che i pochi conquistatori spagnoli e portoghesi (e francesi, olandesi e britannici nel Nord) possano averli uccisi tutti, a decine di milioni, possono essere morti per le malattie portate da Europa e Africa? Possono essersi estinti per cause naturali che non dipendono dalla colonizzazione? L’analisi di Mariani e Zavatti fa l’esempio della caduta della civiltà Maya, avvenuta cinque secoli prima dell’arrivo degli europei, dovuta con tutta probabilità ad un periodo di siccità. Resta in sospeso un interrogativo: anche la peste del ‘300 in Europa ha provocato un numero di morti stimati da 68 a 93 milioni, più di quelli ipotizzati nelle Americhe. Anche in Europa si è assistito allo spopolamento di intere aree agricole e ad un sensibile aumento delle foreste. Eppure la peste non ha provocato un cambiamento climatico. Perché?

Vi sono, infine, anche delle ipotesi alternative sulle cause della Piccola Era Glaciale. Cause tutte naturali che non dipendono dalla colonizzazione delle Americhe. Negli ultimi 150 anni, a fronte di un aumento graduale dei livelli di CO2 e che si è fatto più spiccato dal 1945, abbiamo assistito a quattro fasi di aumento delle temperature globali e due fasi di raffreddamento e queste ultime sono frutto di fenomeni naturali legati alla circolazione oceanica e atmosferica e che, per quel che ne sappiamo oggi, nulla hanno a che vedere con la CO2 antropogenica. Gli stessi fattori naturali potrebbero aver causato il raffreddamento globale del 1600.

Come conclude l’analisi di Mariani e Zavatti, l’accettazione apodittica delle conclusioni raggiunte dallo studio britannico è, quantomeno, prematura. “Ma come sappiamo il giornalismo si fonda da sempre sul principio dello sbattere il mostro in prima pagina”.

COLONIZZAZIONE E CLIMA, TESI FORZATE di L. Mariani e F. Zavatti