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I 5 Stelle stracciano il contratto e aprono al Pd

Delrio ha aperto nei giorni scorsi a una convergenza con i Cinque Stelle, perché ritiene che molti elettori pentastellati potrebbero tornare a votare per Nicola Zingaretti e soci se questi ultimi dovessero far proprie alcune battaglie “sociali” che il Pd renziano sembra aver accantonato. Per il momento è un "no". Ma Di Maio ha inaugurato la politica dei due forni. 

Ormai si è capito quale sia la funzione del contratto di governo firmato da Lega e Cinque Stelle: ammantare di intenzioni programmatiche e realizzative quello che è soltanto un disegno di occupazione di spazi di potere.

Se ne ha la riprova ogni giorno, quando quel documento viene tirato in ballo da entrambi gli alleati di governo in base alle convenienze e all’utilità del momento, salvo essere accantonato e considerato cartastraccia tutte le volte in cui rischia di mettere in difficoltà il cammino dell’esecutivo.

La Lega ha meno interesse dei pentastellati a invocare il contratto di governo, perché esso contiene misure in larga parte indigeribili da parte dei ceti produttivi del nord, che guardano con maggiore fiducia al Carroccio anziché ai grillini. Questi ultimi, invece, si aggrappano a quell’accordo per stoppare la Tav o per alimentare il mito della decrescita infelice, ma ora, in campagna elettorale, sembrano rispolverare tutti quei temi identitari che non sono riusciti a inserire fino in fondo nel contratto con la Lega e che però servono a prendere voti.

L’assillo numero uno di Luigi Di Maio, da qualche settimana a questa parte, è uno solo: non arrivare terzo alle europee, facendosi superare anche dal Pd, oltre che dalla Lega. Se ciò accadesse, la sua leadership sarebbe finita e la sua sostituzione alla guida del Movimento diventerebbe inevitabile. Lui lo sa e quindi cerca di sfidare il Pd sul terreno dei temi sociali, frenando l’emorragia di consensi grillini che nelle ultime elezioni regionali si è registrata in direzione dem.

Con le stesse finalità il capogruppo Pd alla Camera, Graziano Delrio ha aperto nei giorni scorsi ad una convergenza con i 5 Stelle, perché ritiene che molti elettori pentastellati potrebbero tornare a votare per Nicola Zingaretti e soci se questi ultimi dovessero far proprie alcune battaglie “sociali” che il Pd renziano sembra aver accantonato, in particolare quella sul salario minimo. Ma Luigi Di Maio non è caduto nel tranello di Delrio e ha prontamente risposto: "No, grazie. Se i dem vogliono redimersi, votino le nostre leggi". La frase ha scatenato le reazioni di alcuni esponenti del Pd. "Se c’è qualcuno che deve chiudere scusa dei propri errori e dei danni causati al Paese questo è Di Maio con il suo alleato Salvini di cui si vergogna", è stata la replica dello stesso Delrio.

Il passo in avanti di Delrio ha creato molti disagi dentro lo stesso Partito democratico. Si sa che i renziani, che sono maggioranza nei gruppi parlamentari dem, sono fermamente contrari a un’intesa di governo, in questa o nella prossima legislatura, tra Pd e Cinque Stelle. "Di Maio, quello che ha prodotto un paese in recessione, il crollo dell’occupazione e la demonizzazione dei più fragili per seguire Salvini", ha detto l’ex presidente Matteo Orfini.  "Con queste nuove destre –ha aggiunto - il Partito democratico non può e non deve avere nulla a che fare". Il deputato dem Roberto Morassut ha infilato il dito nella piaga pentastellata: "Di Maio è disperato perché il Movimento 5 stelle perderà un terzo dei voti di un anno fa e perché il governo è a rischio e nelle mani delle decisioni post voto di Salvini. In questa sua disperazione, Di Maio vuole darsi strumentalmente un tono ‘di sinistra’. Se c’è chi si deve redimere è lui".

Ma sul salario minimo garantito e sul conflitto di interessi le convergenze tra Pd e M5S potrebbero esserci eccome. "Assolutamente sì –ha chiarito Delrio a proposito del conflitto di interessi - ma deve riguardare tutti, anche la trasparenza di piattaforme informatiche e la manipolazione dei dati".

Dunque è aperta la competizione a sinistra tra dem e pentastellati per quanto riguarda la conquista dei voti nell’area anti-Salvini, che diventa decisiva per stabilire il secondo e il terzo classificato alle prossime europee (il primato leghista, oltre il 30%, non appare in discussione in nessun sondaggio).

Di Maio è tornato, quindi, a praticare la strategia dei due forni: al governo con la Lega, ma senza escludere fino in fondo intese alternative, soprattutto se il leader del Carroccio, dopo le europee, dovesse voler rovesciare il tavolo e presentarsi alle politiche in alleanza con Berlusconi e Meloni.

Di qui, come detto, l’uso strumentale del contratto di governo da parte del vicepremier pentastellato. Prima lo difende come la bussola orientatrice di tutta l’azione del governo, poi se ne discosta pur di raccattare voti qua e là. Le 5 proposte anti-casta che Luigi Di Maio ha rivolto a Salvini, dall’acqua pubblica al conflitto di interessi, dal taglio degli stipendi dei parlamentari al salario minimo alla gestione non politica della sanità pubblica, non sono tra le priorità dell’accordo alla base dell’attuale esecutivo, eppure il leader grillino le ha estratte dal cilindro in campagna elettorale per lucrare consensi. Ma gli italiani abboccheranno?