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Hong Kong, un messaggio di pace dalla Chiesa

La Chiesa cattolica di Hong Kong ha manifestato per chiedere una soluzione pacifica alla crisi. Il vescovo ausiliare Joseph Ha fa sue le richieste dei manifestanti e però si oppone a ogni deriva violenta. La crisi è di fatto irrisolvibile perché è causata dalla paura dell'annessione alla Cina. Sta a Pechino lanciare segnali di de-escalation.

Hong Kong, la manifestazione dei cattolici

Pochi giorni fa la Chiesa cattolica di Hong Kong ha manifestato per chiedere una soluzione pacifica alla crisi che oramai da vari mesi attanaglia l’ex colonia britannica. La marcia, contrassegnata da canti e preghiere, è stata guidata dal vescovo ausiliare, il francescano Joseph Ha che è visto da molti come un punto di riferimento in questo tempo di crisi per la sua fermezza nello sposare le tesi dei manifestanti (ritiro della legge sull’estradizione e commissione indipendente di inchiesta sui presunti abusi della polizia) ma ovviamente anche nel tentativo di non far deragliare le proteste su binari di violenza.

Ricordiamo che Hong Kong non ha un vescovo titolare da quasi otto mesi e il vescovo Ha è visto da molti come il candidato più appropriato per tale ruolo. Ma qui bisognerebbe capire come l’accordo provvisorio fra il Vaticano e il governo cinese tocca la diocesi di Hong Kong. Teoricamente non dovrebbe, ma alcuni in Hong Kong non sarebbero sorpresi se al governo fosse garantito qualche sorta di veto anche sulla nomina del vescovo di Hong Kong.

Due fatti sono appena accaduti in Hong Kong (o stanno ancora accadendo). Il primo è il sit in pacifico di centinaia di manifestanti all’aeroporto internazionale di Hong Kong per attendere i visitatori ed informarli delle ragioni della loro protesta. Gli organizzatori prevedono che questo sit in andrà avanti fino a domenica, giorno in cui è prevista un’altra manifestazione. Il secondo fatto è l’ennesima conferenza stampa del capo dell’esecutivo Carrie Lam, dopo il suo incontro con i rappresentati del settore economico, in cui ci ha informato che le manifestazioni sono deleterie per l’economia di Hong Kong (pensa un po’!) ma è stata ancora incapace di offrire una soluzione plausibile alla crisi perché, siamo onesti, una soluzione non esiste.

Le proteste per la legge sull’estradizione hanno innescato meccanismi più profondi di rigetto verso la Cina continentale, meccanismi che chiunque ha un poco di frequentazione con Hong Kong conosce bene. Troppa differenza culturale esiste fra queste “due Cine” e l’amalgama forzato qui proprio non funziona, come non funziona in Tibet, Xinjiang o da nessuna altra parte. 

Il problema è che questi manifestanti non hanno un leader, quindi sono tecnicamente più pericolosi perché non si sa con chi trattare e poi, malgrado la stragrande maggioranza sia fatta di persone pacifiche, certamente in essi si celano anche elementi che ne approfittano per scatenare una violenza repressa. Il governo cinese, quale sia stato il suo ruolo in tutta la vicenda della legge sull’estradizione, non può certo girarsi dall’altra parte quando una città sotto la sua amministrazione è in rivolta, anche perché “salvare la faccia” è per i cinesi un qualcosa di profondamente significativo. Ma la Cina capisce che un atto di forza da parte loro sarebbe un disastro di immagine, ora che hanno interessi economici in tutto il mondo. Basti pensare che uno degli elementi della crisi qui da noi in Italia sia proprio il diverso atteggiamento che Lega e Movimento 5 Stelle vorrebbero tenere verso l’accordo commerciale con la Cina. 

E' meglio che i leader cinesi non usino il bastone ma la carota. Mostrare comprensione per le difficoltà di integrazione e forse allungare il periodo in cui Hong Kong può avere una certa autonomia dalla Cina. Ora è di 50 anni, forse se fosse portato più a lungo rassicurerebbe i giovani che sentono che fra 30 anni la loro città sarà una città cinese come le altre. 

Non dimentichiamo che quest’anno saranno i 70 anni della Repubblica popolare cinese che probabilmente culmineranno con i festeggiamenti in ottobre. Quindi non è prevedibile una fine dei disordini almeno fino a quella data, sperando che nel frattempo ragioni più alte della violenza e della repressione possano prevalere.