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Hong Kong in marcia contro le ingerenze di Pechino

Marcia di Hong Kong

Circa diecimila persone hanno partecipato a Hong Kong alla tradizionale marcia per la democrazia dell’1 gennaio. Quest’anno, in particolare, è stata forte la protesta contro il governo che sta cercando di escludere dal Parlamento di Hong Kong quattro deputati cosiddetti “localisti”, regolarmente eletti dopo il voto del 4 settembre: la loro colpa è di essersi pronunciati contro l’arroganza della Cina durante la cerimonia di giuramento a inizio mandato.

I localisti sono gruppi di giovani e giovanissimi militanti, nati in seguito alla Rivoluzione degli ombrelli del 2014: essi non invocano solo maggiore democrazia, ma si spingono fino a chiedere l’autodeterminazione di Hong Kong o anche una vera e propria indipendenza dalla Cina. Pechino ha fatto di tutto per impedire che potessero candidarsi prima, che venissero eletti poi, e ora che il popolo li ha scelti ugualmente cerca di estrometterli dal Parlamento attraverso l’escamotage del giuramento, facendo pressione sul governo amico di Leung Chun-ying.

Il partito comunista cinese non si era mai spinto così lontano nel tentativo di influenzare la vita politica e sociale di Hong Kong e la diatriba sui “localisti” è il simbolo del fallimento del modello “un paese, due sistemi” (Yiguo liangzhi). Questo è entrato in vigore nel 1997, anno in cui la Gran Bretagna ha restituito Hong Kong alla Cina, e garantisce “ampia autonomia” alla Regione amministrativa speciale per 50 anni, fino al 2047. Ma è un fatto che l’autonomia di Hong Kong è sempre meno ampia, mentre la Cina erode lentamente le libertà del Territorio.

Il partito comunista sta mettendo le mani su Hong Kong soprattutto dal punto di vista economico: nel 1997 il Pil del Territorio ammontava al 18,5% di quello della Cina. Nel 2015 la proporzione è scesa al 2,9%. Il settore terziario, dove è impiegato quasi il 90% della popolazione di Hong Kong, sta in piedi soprattutto grazie alle spese dei turisti del Continente, che rappresentano l’80% dei visitatori annuali totali. La metà delle importazioni viene dalla Cina e quasi il 50% delle esportazioni finisce in Cina. Senza contare che il 30% degli investimenti diretti a Hong Kong sono cinesi.

Negli ultimi anni Pechino ha messo le mani anche sull’informazione del Territorio, minando fortemente la libertà di stampa. Il giornale più importante, il South China Morning Post, è stato rilevato da Jack Ma, presidente di Alibaba e secondo uomo più ricco della Cina, sempre molto ossequioso con il partito comunista. Sempre più spesso, inoltre, i giornalisti dichiarano di essere censurati o costretti ad autocensurarsi.

Il modo in cui cinque librai sono scomparsi da Hong Kong tra ottobre e dicembre del 2015, poi, non ha precedenti. Tutti sono stati presi di mira dal partito comunista in quanto legati alla Causeway Bay Books, libreria di Hong Kong specializzata in pubblicazioni scandalistiche sui pezzi grossi del Partito. Alcuni di loro, sono addirittura stati arrestati di nascosto da agenti cinesi entrati illegalmente nel Territorio. Altri sono stati prelevati in Thailandia. La spudoratezza con cui Pechino agisce illegalmente è indice del potere crescente di cui gode a Hong Kong.

A marzo si terranno le elezioni per il nuovo presidente, che sostituirà Leung.  Pechino aveva promesso che nel 2017 avrebbe finalmente concesso al Territorio la possibilità di eleggerlo con il suffragio universale, ma nell’agosto del 2014 si è rimangiata tutto, scatenando le proteste dei giovani. La guida dell’esecutivo verrà dunque ancora eletta da una Commissione elettorale composta da 1.200 membri delle élite industriali e politiche, nominate a metà dal popolo e metà dalle corporazioni vicine a Pechino. In questo modo, il Partito si garantisce l’elezione di un politico pro-Cina. 

La spudoratezza con cui Pechino continua a negare i diritti di Hong Kong ha causato l’irrigidimento del fronte democratico, dove molti ora chiedono addirittura l’indipendenza, mentre prima si limitavano a invocare più autonomia. Ma l’indipendenza, per motivi economici e politici, sembra impossibile da raggiungere senza un forte sostegno internazionale, che al momento non c’è. I giovani a Hong Kong continuano a scendere in piazza per reclamare i loro diritti ma la Cina è arrivata addirittura a porre le condizioni per le manifestazioni popolari. Sono legittime solo se non “indeboliscono la sicurezza nazionale, non sfidano l’autorità [di Pechino] e non usano il Territorio come base per la sovversione del paese”. In pratica, sono legittime solo se non mettono in discussione il principio per cui a Hong Kong deve comandare Pechino.