• L'ANALISI DEL NUOVO MESSALE

Gloria e Padre Nostro, traduzioni e criteri errati

La nuova traduzione del Gloria si estranea decisamente con la tradizione esegetica della Chiesa latina. Eppure si sarebbero dovute evitare proprio queste rotture con tradizioni inveterate. Stesso discorso per il Padre Nostro il cui non indurre non ha il senso di "istigare". Per la mania di voler spiegare troppo nella traduzione, non solo non si sono seguite le indicazioni di LA, ma si è anche rovinato il senso dell’originale.

Attendiamo di avere sottomano la nuova edizione del Messale in lingua italiana, per capire se sono stati apportati dei miglioramenti a molte traduzioni discutibili presenti nella seconda edizione. Per il momento ci atteniamo alle due “indiscrezioni” sul Padre nostro e sul Gloria in excelsis.

La nuova traduzione dell’inizio della dossologia maggiore suona così: “Gloria a Dio nell’alto dei cieli e pace in terra agli uomini amati dal Signore”. Il genitivo eudokias è stato reso con “amati dal Signore”. Con più fedeltà al costrutto letterale, si sarebbe dovuto tradurre “agli uomini della benevolenza/ del compiacimento” o “agli uomini [oggetto] del [suo] compiacimento”. Il verbo eudokeo ed il sostantivo eudokia sono piuttosto ricorrenti nel Nuovo Testamento ed indicano appunto la benevolenza di Dio verso gli uomini e quindi gli uomini oggetto di tale benevolenza.

Ci si domanda: ma chi sono questi uomini della benevolenza? Tutti gli uomini a prescindere? Oppure una particolare “categoria” di uomini? Nel libro di Ratzinger sull’infanzia di Gesù, si fa notare come l’uomo del compiacimento è anzitutto Gesù (ed infatti il verbo utilizzato dai Sinottici nel racconto del Battesimo nel Giordano è proprio eudokesa). Dunque, chi è in comunione con il Figlio, entra in questo compiacimento. E la comunione è data dall’identificazione della nostra volontà con quella divina: “Chi compie la volontà di Dio, costui è mio fratello, sorella e madre” (Mc. 3, 35). La traduzione letterale, “gli uomini del compiacimento”, spiegava Ratzinger, ha il pregio di indicare sia l’iniziativa gratuita di Dio, che la risposta dell’uomo, chiamato ad entrare in questo compiacimento, attraverso la buona volontà, cioè una volontà conforme a quella divina; questa traduzione avrebbe “rispettato al meglio questo mistero, senza scioglierlo in senso unilaterale”. Il genitivo latino bonae voluntatis lascia aperta questa duplice interpretazione: nella funzione dichiarativa o epesegetica, il genitivo specifica il sostantivo che lo precede (cioè, gli uomini che sono oggetto della buona volontà di Dio, cioè della sua benevolenza), come genitivo di qualità invece, indica una qualità morale di tali uomini. Il calco italiano “di buona volontà” è invece maggiormente limitante, ma semmai una correzione si sarebbe dovuta fare nel senso di “suo compiacimento”, “sua benevolenza”, non introducendo il verbo amare, troppo generico in questo caso. L’Istruzione Liturgiam Authenticam (LA) del 2001, che fornisce i criteri per una corretta traduzione dei testi liturgici, richiede infatti che “alla varietà di vocaboli esistente nel testo originale corrisponda, per quanto è possibile, una varietà nelle traduzioni” (n. 51). Ma è l’opportunità stessa del cambiamento di questo testo, ad essere a mio avviso questionabile, proprio a partire dai principi espressi in LA.

Il n. 24 dell’Istruzione richiede che le traduzioni siano fatte “direttamente dai testi originali cioè dal latino, per quanto attiene a testi liturgici di composizione ecclesiastica, dall'ebraico, aramaico o greco, se è il caso, quando si tratta di testi delle sacre Scritture. Allo stesso modo nel preparare le traduzioni dei libri sacri per l'uso liturgico, normalmente ci si riferisca al testo della Neo-Volgata […] per conservare la tradizione esegetica che è propria della liturgia latina”. Nel caso dell’inizio del Gloria in excelsis, sia che lo si consideri come testo liturgico (il che appare in effetti più adeguato), sia che lo si consideri come versetto di un passo evangelico, il testo di riferimento è: et in terra pax hominibus bonae voluntatis, che appartiene appunto sia al testo liturgico latino che alla Neo-Vulgata. Una maggiore aderenza al testo latino, avrebbe anche permesso di osservare anche il n. 41: “Ci si impegni affinché le traduzioni siano conformi all'interpretazione dei passi biblici trasmessa dall'uso liturgico e dalla tradizione dei padri della Chiesa […] i traduttori siano vivamente invitati a prendere in attenta considerazione la storia dell'esegesi quale si può desumere dai passi biblici citati negli scritti dei padri della Chiesa”. In effetti, allorché poniamo attenzione ai Padri latini, ci rendiamo conto che la loro predicazione dipende proprio dalla lezione bonae voluntatis. San Leone Magno, per esempio, nel suo IX Discorso sul Natale commentava il canto degli angeli in questo modo: “Viene concessa in terra quella pace che rende gli uomini di buona volontà”. L’espressione è pertanto intesa come genitivo di qualità. La vera pace degli uomini, continua San Leone, “consiste nel non separarsi dalla volontà di Dio e nel dilettarsi solo nelle cose che Dio ama”: la buona volontà è data dall’adesione alla volontà di Dio. Analogamente Sant’Agostino, nel Discorso 193 sul Natale del Signore, insiste sulla necessità di una buona volontà per ricevere la pace donata dall’alto: “Chiunque vuole la vita e desidera vedere i giorni del bene distolga la sua lingua dal male e le sue labbra non pronuncino inganni; si allontani dal male e operi il bene: facendo così sarà un uomo di buona volontà. Cerchi la pace e la persegua, perché sarà pace in terra agli uomini di buona volontà”. La nuova traduzione si estranea decisamente dalla tradizione esegetica della Chiesa latina. Eppure si sarebbero dovute evitare proprio queste rotture con tradizioni inveterate.

Occorre poi considerare che l’espressione “agli uomini di buona volontà” è ormai entrata nell’uso comune. Sarebbe stato opportuno quindi porre maggior attenzione al n. 40 di LA: “nel rispetto dei postulati di una sana esegesi, si ponga ogni cura per mantenere la formulazione dei passi biblici comunemente usata nella catechesi e nelle orazioni della devozione popolare”. Come anche al n. 56: “Certi termini, che appartengono al tesoro di tutta la Chiesa delle origini o alla maggior parte di essa, e altri che si sono aggiunti al patrimonio intellettuale universale, nella traduzione siano conservati, per quanto possibile, alla lettera, come le parole di risposta del popolo Et cum spiritu tuo o le espressioni mea culpa, mea culpa, mea maxima culpa, nell'atto penitenziale dell’Ordo Missae”. In testi cruciali, come quello che abbiamo preso in considerazione, entrati nella pietà popolare e appartenenti alla tradizione patristica secondo una certa traduzione, la traduzione letterale del testo latino è dunque da preferire e da mantenere.

Al Padre nostro è toccata una sorte persino peggiore. Non solo non sono stati osservati i criteri, appena considerati, indicati da LA, ma in questo caso la nuova traduzione si allontana ancora di più dall’originale greco. E’ già stato da più parti notato che “non ci indurre in tentazione”, traduce precisamente il latino (che è, lo ricordiamo, il riferimento normativo per i testi liturgici) et ne nos inducas in tentationem. Quest’ultimo poi traduce correttamente il greco. Il verbo in causa eisenenkai (da eisferein) significa portare/condurre dentro, come il latino induco e come anche l’italiano indurre, nel suo significato antico ed etimologico. Il punto è che ci troviamo di fronte ad un verbo di movimento, che conosce perciò nella lingua greca un senso causativo/fattitivo o permissivo. Per es. in Mt. 5, 45: “[il Padre] che fa sorgere il sole,…”, traduce il verbo intransitivo “sorgere”. Dunque da “sorgere” a “far sorgere”. Anche il latino conosce questa forma. Il classico esempio Caesar pontem fecit, non significa che Cesare fece il ponte, ma che lo fece fare.

Per il senso permissivo, traiamo un esempio dal Vangelo di Giovanni 19, 1: “Pilato fece prendere Gesù e lo fece flagellare”. Un calco greco suonerebbe così: “Pilato prese Gesù e lo flagellò”. Ma non fu lui a farlo; il senso è perciò permissivo: permise che venne fatto.

Anche in italiano “antico” conosciamo qualcosa di simile. Il verbo scendere risulta a tutti un verbo intransitivo. Eppure, nel mezzogiorno d’Italia, viene utilizzato come se fosse transitivo. Voi siete in casa, al primo piano, e un amico vi suona il campanello e vi dice: “Scendimi il libro di matematica!”. Non è un errore: siamo di fronte ad una costruzione fattitiva, di un italiano aulico, che significa “fai scendere, manda giù il libro”.

Allora, il nostro “non ci indurre in tentazione” esprime esattamente questa costruzione del greco (e del latino): “non lasciare, non permettere che entriamo dentro la tentazione”; questa è la traduzione corretta. Il problema è che per noi la frase così com’è fatta, ha il senso di “istigare”. In realtà, molte persone non particolarmente colte, dopo trenta secondi di spiegazione (e cioè che “non indurre” significa “non permettere che”) capiscono al volo. Invece la nostra squadra di esegeti, liturgisti e linguisti ha voluto eliminare questa traduzione esatta e sostituirla con una che è semplicemente sbagliata. Da nessuna parte del testo greco e latino si trova l’espressione “abbandonare”, e si è finito col perdere il senso di “finire dentro” quel buco profondo nel quale il tentatore ci vuole condurre attraverso la tentazione. Non chiediamo di non essere tentati, ma di non caderci dentro. Anche Gesù fu tentato, ma non cadde dentro la tentazione, perché lottò, rispondendo colpo su colpo.  Così per il Padre nostro, per la mania di voler dire e spiegare troppo nella traduzione, non solo non si sono seguite le indicazioni di LA, ma si è anche rovinato il senso dell’originale.