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Gli "otto "di Tarantino, la perfetta gratuità del male

In Usa, The hateful eight, l’ultimo lavoro di Tarantino, ha superato, in quanto a spettatori, anche “Star Wars”. Il film mette in scena un thriller dove a comandare è il male. Non c’è metafisica, i sette uomini e la donna vivono in orizzontale, non in verticale verso un dio, senza pietà per niente e per nessuno.

La locandina del film The hateful eight

Al box office in Usa ha superato, in quanto a spettatori, anche Star Wars. In Italia ha scalzato dalla vetta L’abbiamo fatta grossa di Carlo Verdone e The revenant con Leonardo Di Caprio. É piaciuto, non è piaciuto: la critica si è divisa sull’ultimo film di Quentin Tarantino, The hateful eight (Gli odiosi otto). Lento, un capolavoro, violento, da non perdere, il miglior film di Tarantino, il peggior film di Tarantino, troppo politico, divertente, sconvolgente. Ma insomma, è da vedere oppure no?

Il film dura tre ore. Molto sinteticamente la trama. Inverno, qualche anno dopo la guerra civile americana, nel Wyoming. In una diligenza diretta a Red Rock mentre è in arrivo una bufera di neve, ci sono un rinnegato del Sud che sostiene di essere stato nominato sceriffo, due cacciatori di taglie insieme a una latitante che stanno portando in città per essere giustiziata, oltre naturalmente al cocchiere. A metà strada si fermano al noto emporio di Minnie. Invece dei proprietari trovano uno strano quartetto: un boia, un cow-boy, un anziano generale confederato e un messicano. Ma chi sono in realtà? Che fine hanno fatto i proprietari dell’emporio? Cosa accadrà con tutte le pistole che ci sono in giro (almeno due a testa)?

Il finale è presto detto: moriranno tutti, uccidendosi a vicenda, tra il sangue che scorre abbondante, le pistole che sparano e Daisy – la nostra latitante – che viene impiccata. Che Tarantino avesse girato una pellicola violenta si poteva esserne certi considerato i suoi precedenti lavori. Il maestro Ennio Morricone, che ha firmato la colonna sonora, ha detto in un’intervista a un giornale inglese di essere rimasto «scioccato dalla violenza gratuita che ho visto nel film». Ce n'è talmente tanta che alla fine diventa come quella dei videogiochi: «normale». (La colonna sonora è candidata all'Oscar).

Ma il vero “problema” di The hateful eight è un altro. In quella sorta di microcosmo dell’America armata che è l’emporio di Minnie, il film è praticamente girato tutto lì, si mette in scena un thriller dove a comandare è il male. Non c’è metafisica, i sette uomini e la donna vivono in orizzontale, non in verticale verso un dio, senza pietà per niente e per nessuno. Sette uomini (la donna non uccide ma vorrebbe farlo) che si odiano, sparano e ammazzano. Niente altro. Tarantino non lascia intravvedere, a differenza del suo precedente film Django Unchained, una visione della storia come cammino di riscatto verso la salvezza. Dobbiamo allora dire che l'uomo è malvagio per natura? Il regista risponde sì. Neanche un dubbio: gli otto co-protagonisti non sono il Rodon  Raskol'nikov del Delitto e castigo di Dostoevskij. Non si riscattano come lui, tra dubbi e ricerca; perdono l'anima ancora prima di averla trovata, superando la cornice nella quale è stato posto l'uomo. 

Che scelte farebbe l'uomo di Tarantino rispetto ai problemi che lo riguardano se vivesse oggi in Italia? Facile indovinare. Perché non ha un senso in cui giocarsi, un impegno a cui tendere, una verità da trovare. Tutte le direzioni, in fondo, gli sono indifferenti. Eppure il film cattura l'attenzione e al pubblico piace, anche grazie al cast stellare. Dialoghi curati nei minimi dettagli, bravi gli attori. La cinepresa che sa sempre dove andare: i primi due minuti (non si tratta di secondi) su un grande crocefisso in legno mezzo coperto dalla neve, uno di quelli che si trovano in montagna, mentre da lontano si vede arrivare la diligenza. Tarantino apre la pellicola con un crocefisso e la chiude con un massacro. Concludendo: Tarantino ha girato un buon film "ateo", adesso ci vuole un anti-Tarantino che ribatta con un buon film "cristiano".