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Gli abusi del clero? In calo, ma serve più Teologia del corpo

Il Ruth Institute ha pubblicato in questi giorni uno studio sulla situazione degli abusi sessuali da parte del clero, da cui emergono alcuni aspetti rilevanti. Dal 2000 in poi le violenze risultano in netto calo rispetto agli anni Ottanta, quando le vittime erano per il 92% di sesso maschile mentre nel 2016 questa percentuale appare scesa al 34%. Il minimo degli abusi si sarebbe toccato nel 2002. Interessanti anche i dati sull’anzianità di ordinazione. Il Ruth Institute fa quattro raccomandazioni, tra cui quella di intensificare l’insegnamento della Teologia del corpo di san Giovanni Paolo II.

A che punto è la lotta agli abusi sessuali del clero? Sono stati fatti dei passi in avanti? La Chiesa sta cioè vincendo o perdendo la lotta contro questa terribile piaga? Chi ha provato a dare una risposta a questi decisivi quesiti è Paul Sullins, il quale oltre a essere un sacerdote è un sociologo, già docente alla Catholic University of America e ora attivo presso il Ruth Institute. La risposta di Sullins sta in un report intitolato Receding waves: child sex abuse and homosexual priests since 2000, diffuso proprio in questi giorni.

Ebbene, scorrendo le 47 pagine di questo studio, realizzato sondando perlopiù il database del Saccadas (acronimo che sta per Survivor accounts of catholic clergy abuse, denial and silence), si possono notare diversi aspetti rilevanti, alcuni in qualche modo confortanti altri decisamente meno. Nel complesso, con questa ricerca, che ha il pregio di mettere a fuoco la situazione degli abusi degli ultimi anni - e dunque di far capire quale sia la situazione attuale - si è visto che la situazione è meno allarmante rispetto al passato, senza però essere purtroppo rasserenante.

In particolare, padre Sullins ha notato come il minimo storico del numero di abusi si sia toccato nel 2002, regnante papa Giovanni Paolo II. In seguito, tra il 2005 e il 2009, ossia durante la prima parte del pontificato di Benedetto XVI, si è verificata una certa stabilizzazione del fenomeno, che però è tornato a far registrare un nuovo aumento, pari al 17%, tra gli anni 2010 e 2014. Ad ogni modo, il rapporto evidenzia come, rispetto ai decenni scorsi, ora il quadro sia meno allarmante, dato che negli anni Ottanta il numero di abusi perpetrati era più che triplo rispetto agli attuali, che sono chiaramente egualmente gravissimi e intollerabili ma, quantomeno, risultano più rari.

Un secondo elemento messo in luce da questa ricerca riguarda un cambiamento nella tipologia delle vittime degli abusi, prima quasi esclusivamente maschili e oggi anche femminili. Basti pensare che la percentuale di vittime di abusi era nel 92% dei casi maschile a metà degli anni Ottanta, mentre risultava calata al 74% nel 2000 e addirittura al 34% nel 2016. Questo significa che c’è un aumento - proporzionale s’intende - di vittime femminili negli abusi commessi nella Chiesa, e che va forse esaurendosi la stagione di quei sacerdoti con tendenze omosessuali, quelli in larga parte responsabili, nei decenni scorsi, delle violenze ai danni di giovani ragazzi.

Si registra anche un cambiamento nell’età delle vittime, tanto che il rapporto stilato da Sullins spiega come oggi, rispetto al passato, sia molto probabile che vittima di violenze del clero sia una ragazzina di 14 anni anziché un adolescente tredicenne di sesso maschile.

Un dato parzialmente positivo, in questo quadro complessivamente tutt’altro che roseo, riguarda l’età dei sacerdoti abusatori. Sì, perché gli abusi compiuti dal clero dopo il 2000, spiega lo studio, hanno riguardato sacerdoti ordinati negli ultimi 10 anni nell’11% dei casi; mentre, nel 52% dei casi, essi hanno avuto per responsabili sacerdoti ordinati 30 e passa anni fa, il che fa immaginare un miglioramento delle cose, anche se quest’ultimo è un dato da considerare con cura, dal momento che, come noto, i nuovi sacerdoti sono pochi, quindi il fatto che siano una minoranza tra gli abusatori è in qualche modo scontato.

Alla luce di queste evidenze, dal Ruth Institute formulano quattro raccomandazioni. La prima è quella di una continua vigilanza nel proteggere tutti i minori contro gli abusi sessuali del clero; la seconda è quella di fare più attenzione agli abusi sessuali ai danni di ragazze; la terza è quella di monitorare le effettive attrazioni sessuali da parte dei membri del clero; l’ultimo è invece un invito a intensificare i programmi educativi sull'autentico insegnamento della Chiesa sulla sessualità umana, a partire dalla Teologia del corpo di san Giovanni Paolo II, estendendoli a «tutti i livelli di istruzione come seminari, università, scuole superiori, scuole elementari e classi di catechismo parrocchiale».

In conclusione, se da un lato Sullins e il Ruth Institute confermano come in termini assoluti gli abusi nel clero siano oggi molto contenuti rispetto ai decenni passati, dall’altro non esitano giustamente a richiamare un impegno su questo versante da parte della Chiesa. Impegno che deve essere portato avanti con una lotta senza quartiere e con più attenzione alla formazione e alla vera educazione dei giovani di oggi, fra i quali ci sono i sacerdoti di domani.