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Giornalisti candidati gettano la maschera dell'imparzialità

Avanza l'esercito di giornalisti che si candidano per le prossime elezioni. Da Tommaso Cerno (La Repubblica) per il Pd a Gianluigi Paragone (La7) per il Movimento Cinque Stelle, passando per Giorgio Mulè (Panorama) per Forza Italia, tutti hanno gettato la maschera dell'imparzialità. Saranno ancora credibili?

Tommaso Cerno

Erano altri tempi, sì d’accordo, ma uno dei maestri del giornalismo italiano, Indro Montanelli, con la sua idiosincrasia al potere e il suo atteggiamento schivo nei riguardi dei potenti, inorridirebbe. Questa campagna elettorale sarà ricordata per tante pratiche deteriori, dalle promesse miracolistiche all’aspirazione a non perdere piuttosto che a vincere, ma forse la più deprecabile, che induce a riflettere sul rapporto sempre più malato tra politica e informazione, è quella della corsa al seggio da parte di moltissimi giornalisti, soprattutto direttori.

Proprio nei giorni in cui i giornalisti italiani festeggiano il loro patrono San Francesco di Sales, impegnandosi simbolicamente a rispettare la loro deontologia, in particolare il principio dell’imparzialità e della verità sostanziale dei fatti, molti di loro cedono alle sirene della politica, magari dopo averla criticata aspramente o dopo aver ostentato distanze da essa, distanze che evidentemente non erano poi così siderali. In questi giorni è stato anche diffuso il testo del Messaggio di Papa Francesco in occasione della 52esima Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, in calendario il prossimo 13 maggio, nel quale il Pontefice torna sul tema delle fake news e sui doveri di una buona informazione.

L’amara realtà, però, sembra essere un’altra. E non da oggi. Chi esercita la professione di giornalista non dovrebbe assumere posizioni di parte né tanto meno fare il tifo per un partito politico e, qualora lo facesse, dovrebbe abbandonare la professione, dichiarare la propria fede politica e difenderla in tutte le sedi istituzionali. Nelle ultime legislature sono stati tanti i giornalisti che si sono candidati, sono stati eletti, hanno fatto politica a tempo pieno e, una volta esaurito il loro mandato, al Parlamento italiano o al Parlamento europeo, sono tornati a fare i giornalisti. Ma con quale credibilità, visto che il pubblico sa come la pensano e sa che, anche quando fingono di dare spazio a tutti attraverso un ipocrita contraddittorio, in realtà vogliono far prevalere una tesi sulle altre? L’elenco è lungo, va da Michele Santoro a Lilli Gruber, da Piero Marrazzo a David Sassoli, tanto per citare alcuni dei casi più eclatanti. Ora rischia di allungarsi ancor più visti i nomi che circolano in queste ore. Correrà per il Pd il vicedirettore di Repubblica, Tommaso Cerno, che parla addirittura di “scelta di vita”, quasi a voler archiviare per sempre il suo passato e il suo presente di giornalista. Arruolata anche Francesca Barra, figlia di un ex parlamentare missino di Alleanza nazionale, che si dice lusingata dalla candidatura offertale da Matteo Renzi nelle file dem. Nel centrodestra ha già deciso di scendere in campo il direttore di Panorama, Giorgio Mulè e si fanno anche i nomi di Alessandro Sallusti, direttore del Giornale e di Andrea Cangini, direttore di Qn-Resto del Carlino. Emilio Carelli, ex direttore di Sky Tg24 e Gianluigi Paragone, ex direttore della Padania, poi approdato in Rai, sono invece i giornalisti in lista tra i Cinque Stelle. Ma le liste si chiudono domani e non sono escluse altre sorprese e altri ingressi eccellenti.

In moltissimi casi si tratta di ottimi professionisti che non hanno mai assunto posizioni nette in favore di una parte politica e dunque la loro può considerarsi una scelta figlia di una evoluzione di pensiero o di un desiderio di esperienze di vita diverse da quella, a lungo logorante, di una redazione giornalistica. Alcune situazioni, però, destano più di un dubbio e sembrano dettate sia da smania di protagonismo sia dal desiderio di alcuni gruppi editoriali di liberarsi di figure rivelatesi non particolarmente brillanti e utili, evitando di continuare a pagare stipendi esorbitanti e ormai fuori mercato in un mondo dell’editoria sempre più in agonia. Il populismo becero di taluni internauti spericolati ha prodotto l’ennesima semplificazione: “Fanno pagare a noi cittadini gli stipendi dei loro portavoce travestiti per anni da giornalisti obiettivi e neutrali o addirittura da direttori”. Sarebbe eccessivo liquidare la questione con queste parole. Tuttavia, il risultato è che, qualora non venissero eletti, alcuni direttori resterebbero a spasso e dovrebbero ricollocarsi, ma con una credibilità decisamente ridotta dall’aver fatto endorsement palesi in campagna elettorale.

Forse anche per i giornalisti, e ancor più per i magistrati che decidono di candidarsi, varrebbe la pena di fissare la regola del divieto di revolving door (porte girevoli): se ti schieri, quando finisci o anche se non inizi neppure, perché non vieni eletto, non puoi tornare a fare il tuo lavoro. La gente non si fiderebbe più di te e inizierebbe a non seguire più il tuo telegiornale o a leggere il tuo giornale. Si sa, però, che tutto questo è utopia in un Paese come l’Italia, dominato da commistioni inestricabili tra poteri e da conflitti di interessi ad ogni livello e in ogni ambito.