• MEDIORIENTE

Gaza, un massacro per il possesso della terra

Ha fatto leva, con successo, su una delle convinzioni più radicate, il possesso della terra, la protesta anti-israeliana dei palestinesi di Gaza. Il suo avvio ieri, con un bilancio agghiacciante, quasi una ventina di morti e un migliaio di feriti, non può non soddisfare gli  organizzatori, i fondamentalisti islamici di Hamas.

Ha fatto leva, con successo, su una delle convinzioni più radicate, il possesso della terra, la protesta anti-israeliana dei palestinesi di Gaza e il suo avvio ieri, con un bilancio agghiacciante, quasi una ventina di morti e un migliaio di feriti, non può non soddisfare gli  organizzatori, i fondamentalisti islamici di Hamas. Il loro obiettivo dichiarato è di protrarre le manifestazioni per sei settimane e di concluderle il 15 maggio, il giorno in cui Israele festeggerà i 70 anni della sua indipendenza, per riaffermare la loro ostilità alla sua esistenza avendogli usurpato la terra.

La mobilitazione, che sta consolidando la leadership di Yahiya Sinouar, il nuovo capo politico del movimento, ha stimolato due altre convinzioni profonde nell’animo arabo, quindi anche palestinese: la vulnerabilità del nemico Israele, in quanto avviene nel territorio di Gaza, ritenuto indifendibile, e dal quale per questo aveva ritirato i suoi soldati, abbandonandolo a chi lo reclamava come suo; e la pervicacia, l’ostinazione, nel reclamare il diritto al possesso della propria terra dimostrato da altri loro connazionali, gli arabi di Galilea rimasti sotto la sovranità israeliana, che ogni anno il 30 marzo, dal 1976, organizzano la “Giornata della terra” in ricordo della loro opposizione all’esproprio al quale lo Stato faceva ricorso con il “sopruso” della legge. 

Quel giorno lasciarono sulla “loro” terra sei morti e decine di feriti. E poi a queste stimolanti provocazioni, se ne sono aggiunte altre . La più vicina, e dalla forte valenza religiosa, è la festa nazionale che Israele si appresta a celebrare il 15 maggio per il trasferimento da Tel Aviv a Gerusalemme dell’ambasciata degli Stati Uniti, segno del riconoscimento della sua “eterna capitale” da parte di quella potente nazione. Un affronto, addirittura per tutto il mondo islamico che considera “sua” la città tanto da chiamarla “Al Quds”, la Santa per antonomasia. La meno remota è l’orgoglio di aver dato inizio, proprio da Gaza, il 9 dicembre 1987 all’”intifada” contro Israele, dunque al movimento di rivolta all’occupazione nemica, che – sostengono i fondamentalisti -  non potrà concludersi se non con la vittoria.

La causa scatenante fu allora la protesta per la morte di quattro palestinesi a Jabaliya nello scontro stradale tra un camion israeliano e due taxi collettivi, ma le ragioni profonde sono state l’invidia degli estremisti per il benessere di cui godeva la popolazione israeliana e l’insopportabile buona intesa che, dopo la guerra del 1967, si era stabilita tra migliaia di lavoratori palestinesi e i datori di lavoro israeliani; la frequentazione di migliaia di israeliani nei villaggi della Cisgiordania; e, soprattutto, la percezione che era finita l’inviolabilità di Israele, grazie all’incursione, pochi giorni prima, il 25 novembre, di un miliziano palestinese, giunto in parapendio dal confine libanese, su una base dell’Alta Galilea.

Sarà ucciso, dopo però aver sorpreso e freddato sei soldati. Il problema del possesso esclusivo della terra è così radicato nella concezione religiosa dei musulmani, quindi della stragrande maggioranza dei palestinesi, da aver condizionato, e fatto fallire, tutti i tentativi di approccio alla pace con Israele. Lo sanno bene gli Stati Uniti, le nazioni europee, la Russia, l’Onu che hanno stimolato e incoraggiato colloqui e negoziati, sulla scia della Conferenza di Madrid del 1992 e, l’anno dopo, degli accordi di Oslo. Dev’essere ricordato che nel 1947  le nazioni arabe respinsero il piano di spartizione delle Nazioni Unite del territorio tra il mare Mediterraneo e il fiume Giordano, allora sotto mandato britannico, fra uno stato arabo ed uno ebraico e mossero guerra a Israele, appena proclamato, ritenendolo un  “intruso“. E sempre per la stessa ragione ne fecero altre due, nel 1967 e nel 1973 per distruggerlo, uscendone però sconfitte.

E, va pure ricordato, che i negoziati di pace si sono arenati nella prima decade di questo secolo soprattutto per la mancata accettazione palestinese di compromessi territoriali, pur notevoli, anche riguardanti Gerusalemme, proposti dagli israeliani. E chi, dei leader palestinesi, si permetterà di “macchiarsene” ? Conoscono bene la differenza che passa tra “la casa dell’islam”, Dar-al-Islam,  il territorio che assoggettato all’islam lo è per  sempre, ed è divenuto irrinunciabile;  e “la casa della guerra”, Dar-al-Harb, il territorio ancora da conquistare e da assoggettare all’islam, per sempre. Un possesso esclusivo, non soggetto a limitazioni di sorta, nella sostanza e nel tempo. Non possono, né potranno mai, per principio accettare nemmeno la rivendicazione divina, biblica, del possesso per il popolo d’Israele.

A “complicare” le cose, e certamente con ben diverso intento, due risoluzioni delle Nazioni Unite – la 242  dopo la seconda guerra arabo-israeliana del 1967 e la 338 dopo la terza guerra del 1973 – hanno insistito nel considerare “territori occupati” quelli conquistati dalle forze armate dello stato ebraico. Rafforzando nei palestinesi la convinzione di recuperarli tutti sotto la propria sovranità, come se non li avessero mai perduti. Una convinzione che, a onor del vero, nessun paese amico o mediatore, ha cercato di correggere; anzi, condannando gli insediamenti dei coloni ebrei o invocandone la distruzione o la fine della loro espansione, ha invece convalidato.

Il principio degli OPT (Occupied Palestinian Territories), così insistentemente proclamato dalla maggioranza delle Nazioni Unite nell’Assemblea generale e in Consiglio di Sicurezza, e seguito nel loro operato politico, ha influenzato orientamenti e decisioni di altri due importanti suoi organismi, l’Unesco e il Comitato per i diritti dell’uomo, creando nella leadership e nell’opinione pubblica palestinese la persuasione di essere sostenuti dalla legalità e dal consenso internazionali. E isolando sempre più Israele, costretto a una necessaria difensiva. Con tutte le conseguenze immaginabili sulle possibilità di edificare un futuro di pace.