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Fuga dal Venezuela, la peggior crisi migratoria

Circa 2,3 milioni di venezuelani hanno lasciato il loro paese. E' crisi in Brasile, perché lo Stato del Roraima, dove arrivano in massa, non riesce a reggere il peso. E anche il Perù e l'Ecuador iniziano a rendere più difficile il passaggio della frontiera. Ma perché scappano in massa? Fuggono da Maduro e dalle sue politiche economiche suicide.

Venezuelani in coda per entrare in Perù

Una crisi dell’emigrazione di massa sta entrando nel riflettore dei media solo di recente, anche se è la più grave di tutte. Non stiamo parlando né dell’emigrazione nel Mediterraneo, né di quella del Messico verso gli Usa e neppure di quella dei Rohingya nel Sudest asiatico. No, la crisi di cui ci stiamo rendendo conto solo adesso, in questo mese di agosto 2018, dura in realtà da anni ed è la fuga dei venezuelani in tutti i paesi vicini dell’America latina. Sono due milioni e trecentomila i cittadini del Venezuela riparati all’estero.

La prima destinazione dei venezuelani in fuga è la Colombia. Il ponte Bolivar, attraversato da migliaia di persone al giorno (circa 3000, quotidianamente, in questo periodo), è diventato il simbolo dell’esodo. Ma il punto di crisi, adesso, è un altro. E’ lo Stato di Roraima, nel nord del Brasile, incastonato in una zona della foresta Amazzonica fra il Venezuela e la Guyana. Benché si tratti di uno degli Stati più poveri del Brasile, è meta di decine di migliaia di venezuelani (circa 50mila secondo la stima del governo locale) letteralmente in cerca di sopravvivenza. Arrivano al ritmo di 500 al giorno. La popolazione dello Stato brasiliano settentrionale sta reagendo come di fronte a un’invasione, non può permettersi di accogliere altri disperati. I venezuelani sono collettivamente accusati di essere responsabili per la crescita della criminalità locale. All’ingresso di altri 900 immigrati, nella città di Pacaraima sono scoppiati disordini gravi. Dopo che è circolata la notizia del pestaggio di un ristoratore da parte di immigrati, sabato scorso, la folla ha attaccato la tendopoli che accoglieva i venezuelani in transito “bruciando le tende e tutto ciò che c’era dentro”, come racconta un venezuelano testimone dei fatti. Negli scontri che sono seguiti sono state usate anche armi da fuoco. Tre i feriti fra i brasiliani, incerto il numero delle perdite subite dai venezuelani, molti dei quali costretti a fuggire di nuovo al di là del confine. Il governo centrale brasiliano ha inviato a Pacaraima gli uomini della polizia militare. Il governo locale del Roraima ha chiesto alla Corte Suprema di poter chiudere la frontiera, perché non è più in grado di gestire l’emergenza. Ma dal Venezuela, nel frattempo, nonostante gli scontri, era già ricominciato l’esodo.

Sono altri i paesi che stanno iniziando a chiudere le porte. L’Ecuador, prima di tutto, ha introdotto una nuova restrizione: per entrare nel paese occorre ora anche il passaporto e non solo la carta d’identità. Molti dei venezuelani che speravano di entrare in Ecuador attraverso la Colombia sono ora rimasti al di qua della frontiera, perché non erano muniti di un passaporto regolare prima di partire. Da oggi, la stessa regola vige anche in Perù, che per ora è stato meta di circa 20mila venezuelani. La richiesta del passaporto è un ostacolo tutt’altro che facile da superare. Nel caos burocratico in cui versa lo Stato bolivariano, occorrono anche anni per procurarsene uno. E le autorità sono sempre meno inclini a rilasciarlo a chi intende lasciare il paese. La Colombia, per ora, è stata la meta più gettonata, accogliente e facile da raggiungere. Ma dopo aver accordato 800mila permessi temporanei di residenza, ha smesso di emetterne.

Perché così tanta emigrazione e come si spiega un’accelerazione così forte dell’esodo? La crisi economica venezuelana non è una novità, va avanti già dagli anni di Chavez e si è aggravata ulteriormente sotto il suo successore Maduro. Le politiche economiche del Socialismo del XXI Secolo, considerate come un modello di egualitarismo, hanno letteralmente livellato la popolazione verso il basso: il 79% è al di sotto della soglia di povertà, con difficoltà serie a procurarsi il cibo. Il 64% dei venezuelani dichiara di aver perso 11 chili di peso corporeo in tre anni dall’inizio della crisi più grave (2014) fino alla fine del 2017. Siccome la sanità è al collasso e la mortalità infantile è cresciuta del 30% in un anno (dal 2016 al 2017), le partorienti preferiscono essere assistite direttamente in Colombia, dove però il sistema sanitario difficilmente riesce ad accoglierle tutte. Negli ospedali venezuelani manca tutto. Per le cure, anche per le medicine essenziali, la Colombia è diventata meta di tutti gli ammalati e i feriti. Il potere di acquisto, su qualunque tipo di bene, è ormai del tutto annullato da un’inflazione che, secondo le previsione del Fmi, raggiungerà il milione per cento entro la fine dell’anno. Attualmente, per comprare un chilo di pomodori servono 5,2 milioni di bolivar, pari a un salario minimo mensile.

Per cercare di risolvere la crisi, il presidente Maduro ha ordinato alcune dure misure di austerità, come il taglio dei sussidi sul carburante e alcuni provvedimenti più scenografici, come l’introduzione del nuovo “bolivar sovrano”, che taglia 5 zeri al valore stampato sugli attuali bolivar (che erano già quelli “forti”, con meno zeri rispetto ai precedenti bolivar). Il bolivar sovrano sarà ancorato al valore della criptovaluta governativa, il “petro”, a sua volta ancorata al valore delle riserve petrolifere del paese. Visto che un salario minimo serve a comprare un chilo di pomodori, Maduro ha anche ordinato di moltiplicare per 34 volte i salari minimi. Gli economisti non credono che queste misure servano a ridurre l’inflazione, né ad aumentare il potere d’acquisto dei venezuelani. Non ci credono neppure i semplici cittadini. Che infatti fuggono in massa.