• IL CASO

Firenze cede all'Islam, con la "sceicca" come madrina

Due mostre, una al Bargello e una agli Uffizi, per raccontare una faccia "buona" dell'Islam. Con la benedizione della sceicca del Qatar. Ma sovrapporre il Rinascimento fiorentino al contributo di un islam che nel medesimo periodo, più o meno, aveva già messo a ferro e fuoco un’Europa intenta a risollevarsi con difficoltà, però, è un’offesa alla storia più che fantascienza.  

L’attenzione mediatica concentrata sull’immigrazione non ha fatto che orientare meglio i riflettori sull’idea della città di Firenze di celebrare il fantomatico rapporto tra l’Europa e l’islam.

La città toscana, una delle capitali italiane dell’arte, e quindi della cultura europea per antonomasia, ospita ben due mostre sul tema. Ed entrambe battezzate dal direttore degli Uffizi, Eike Schmidt, “con l’augurio di vedere presto una bella moschea da equiparare in bellezza al duomo di Firenze”. Un duomo cattolico e una moschea come espressione dello stesso genio. E' con questi sentimenti che è stata istallata Firenze e l’Islam. Arte e collezionismo dai Medici al Novecento, la mostra che durerà fino a tutto il mese di settembre. E che è il risultato di oltre due anni di ricerca di un comitato scientifico internazionale che ha lavorato intensamente alla selezione delle opere e al catalogo della mostra per mettere in chiaro il ruolo importantissimo di Firenze negli scambi interreligiosi e interculturali tra il Quattrocento e il primo Novecento. “Una sontuosa rassegna di arte islamica, curata da Giovanni Curatola e organizzata dagli Uffizi con il Museo Nazionale del Bargello, un’occasione unica per scoprire conoscenze, scambi, dialoghi e influenze tra le arti di Occidente e Oriente”, è così che viene celebrata l’iniziativa sul sito del museo.

E mentre al Bargello viene illustrato un periodo fondamentale di ricerca, collezionismo e allestimenti museali di fine Ottocento e inizio Novecento, agli Uffizi si è pensato di raccogliere le testimonianze artistiche dei contatti fra Oriente e Occidente.

Talmente bella, talmente accattivante, da meritare la visita della sceicca del Qatar. Al-Mayassa bint Hamad bin Khalifa al-Thani, sorella del reggente emiro Tamim bin Hamad Al Thani, ha pensato che fosse assolutamente il caso di omaggiare la mostra.  

Uno spettacolo quello offerto dalla città di Firenze che dovrebbe esplorare la conoscenza, lo scambio, il dialogo e l’influenza tra l’est e l’ovest.

Sovrapporre il Rinascimento fiorentino al contributo di un islam che nel medesimo periodo, più o meno, aveva già messo a ferro e fuoco un’Europa intenta a risollevarsi con difficoltà, però, è un’offesa alla storia più che fantascienza.  

Conquistata a fil di spada l’Europa che rifiutava di convertirsi all’islam andò ad alimentare il traffico degli schiavi. L’islam che invadeva l’Italia, e la Sicilia in particolare era un esercito che marciava e si abbandonava a saccheggi, massacri, incendi. Taormina, per esempio, non fu rasa al suolo completamente solo perché un messaggero inviato da un patrizio cristiano venne a sollecitare una tregua e uno scambio di prigionieri.

Dedicarsi ad un’apologia o meno del Rinascimento non è quel che ci preoccupa ora. Piuttosto a destare campanelli d’allarme è il timore reverenziale nei confronti della religione di Maometto. La mostra altro non è che l’espressione della volontà di andare oltre l’alterità dell’islam e di vedere e dimostrare il mondo musulmano non come demoniaco o esotico, ma come una variante dell’esperienza europea.

Una mostra per contribuire a trasformare i sentimenti contemporanei circa musulmani e immigrati non è forse demagogia?, si domanda qualcuno. Nessuno può pensare di sottrarre dalla storia europea l’islam: l’islamizzazione mancata del Vecchio Continente è scritta nei necrologi e nelle strade andaluse, per esempio. Eppure tentare di far discendere dalla medesima radice due mondi da sempre ostili è un paradosso inquietante.

L’autrice di best seller in Turchia, Elif Şhafak, nel 2015 scriveva “la distanza tra noi e loro ha meno a che fare con il mondo esterno che con il mondo dentro le nostre menti”.

E come darle torto dinanzi ai numerosi tentativi di un “mondo esterno” che si continua a manomettere. E Firenze riveste in tal senso un ruolo emblematico. Passo dopo passo. La prossima realizzazione della moschea a Sesto Fiorentino su un terreno acquistato dalla Curia fiorentina è infatti l’ennesimo tentativo di prendere “possesso” del territorio e non una conquista culturale.

L'intesa con l'arcidiocesi fiorentina non è rappresentativa dell'islam italiano, non essendo la religione di Maometto rappresentata da una gerarchia. Si tratta invece di un accordo stretto dall’Ucoii che ne fa, di fatto, una moschea di loro appartenenza. In tempi di trasparenza non è dato, però, sapere da dove provengano i fondi con cui è stata realizzata la compravendita: il terreno è stato venduto per 260mila euro a cui poi occorrerà sommare i costi per la costruzione della moschea. Chi paga?

E se sul suolo cattolico sorgerà il simbolo della fede islamica, non si tratta di nient’altro che di un “cavallo di Troia”, così l’ha definito padre Samir Kahlil Samir, gesuita e islamologo di fama internazionale, che non ha mai taciuto sul rischio di islamizzazione dell’Occidente. La decisione del vescovo di Firenze, mons. Giuseppe Betori, è figlia di un irenismo miope che avrà un’unica conseguenza: le associazioni islamiche andranno alla ricerca di altri terreni in altre diocesi in quella che è già un’operazione di conquista su larga scala.

Ma nel caso specifico di Firenze la storia è ancora più interessante, i musulmani sono assorbiti tutto il giorno dall’appello alla preghiera e dinanzi alla moschea verrà eretta una chiesa. Come potranno le due realtà convivere se al suono delle campane farà da controcanto il muezzin che dal minareto proclamerà i suoi messaggi anticristiani?

Non si tratta di libertà religiosa. La libertà religiosa in Italia e in Europa tutta già è garantita. Ma non è  libertà religiosa che le autorità di competenza non sappiano che cosa sia l’islam. Firenze detta la linea, vediamo chi la segue.