• L'EDITORIALE

Fine vita: si faccia la legge ma il problema è culturale

La politica si riprenda lo spazio lasciato all'iniziativa garibaldina di alcuni magistrati. Ma attenzione: senza una cultura condivisa sul valore della persona, non si va lontano. Come insegna il precedente della Legge 40.

fine vita
Il clima di forte bipolarismo etico che caratterizza il dibattito nel nostro Paese non favorisce l’elaborazione e l’accoglienza condivisa delle leggi sulle questioni bioetiche. Dopo il forte scontro sulla legge 40 relativa alla FIVET, anche la legge sulle DAT sta completando il suo iter tra forti polemiche e tentativi di insabbiarla o di svuotarla  anche all’ultimo tratto.

Considerando ciò che è accaduto alla legge 40, che è stata fatta oggetto di una sistematica opera di smantellamento dei punti qualificanti, sia attraverso il rimando alla Consulta sia attraverso singole sentenze di tribunali c’è da essere preoccupati sul destino della nuova legge sulle Dat. È questa la ragione per la quale da certe posizioni cattoliche si vorrebbe rinunciare del tutto alla legge stessa. Come già l’onorevole Casini ha precisato, della legge c’è necessità, perché la macchina che si è messa in moto a suo tempo per far morire Eluana Englaro può portare altri frutti avvelenati.

La politica, il cui prestigio negli ultimi anni si è fortemente indebolito, lasciando spazio all’iniziativa garibaldina di certi magistrati, deve riprendere il suo compito di regolatore e di ricerca del bene comune. E tra i campi del suo intervento è certo che l’ambito della difesa della vita e della dignità di ogni persona è quello dove dire una parola precisa.

Non si deve avere timore dei magistrati, perché non tutti i magistrati sono culturalmente imbevuti della cultura libertaria dei diritti senza fondamento. Inoltre i magistrati sono tentati di sentenze creative proprio per il vuoto politico e per la mancanza di prese di posizione chiare.

Penso perciò che la legge sia necessaria per bloccare ogni possibile deriva eutanasica. Piuttosto si deve avere la preoccupazione di produrre un testo di qualità, semplice, chiaro che non presti il fianco a interpretazioni incerte o opposte. Visto che il testo dovrà tornare al senato, vale la pena di revisionarlo proprio in questa luce, al fine di fornire disposizioni facilmente comprensibili e univoche.

Esiste poi un secondo profilo che deve interessare i cattolici e le persone che condividono l’impegno per una vera difesa della dignità di ogni uomo dall’inizio alla fine naturale dell’esistenza. Si tratta proprio dell’aspetto culturale che aiuta a comprendere quale sia la giusta concezione della persona umana, quali siano i suoi veri  diritti, la giusta concezione della libertà e del suo profilo di autodeterminazione. Insomma non basta affidarsi al diritto, occorre generare una nuova cultura libera dall’ubriacatura dei diritti e libera dalle assurdità per cui i diritti degli animali sono sacri e l’embrione umano è solo oggetto biologico.

Il precedente della legge 40 non è incoraggiante. I valori morali e i beni giuridici difesi da quella legge non sono diventati patrimonio comune, direi neppure tra i cattolici. Per il futuro occorrerà attrezzarsi meglio.