a cura di Stefano Fontana
  • NUOVI PARADIGMI

Fare e poi ricevere: il caso Cl alle Europee

Benedetto XVI ci aveva abituato a pensare che prima di fare bisogna ricevere. Oggi la Chiesa è come divisa in due atteggiamenti: da una parte coloro che tengono fermo quel principio e dall’altra quelli che lo invertono: prima si fa e poi si legge quanto ci precede. Nel suo editoriale di ieri, il direttore Cascioli ha paventato che questa impostazione sia anche all’origine della imminente riforma della Curia romana: il dicastero sull’Evangelizzazione collocato al di sopra di quello per la Dottrina della fede, prima annunciare e poi stabilire chi e cosa si annuncia, prima si evangelizza e poi (non prima) si scoprono i motivi e i criteri per evangelizzare.

É logico che, in questa seconda prospettiva, per la Dottrina sociale della Chiesa non ci sia più posto. Per questo da qualche tempo sto dedicando questo blog a inventariare le situazioni in cui dovrebbe esserci la Dottrina sociale della Chiesa ed invece non c’è.  L’ho fatto per il prossimo Festival Biblico di Vicenza e ora lo faccio per il comunicato / messaggio di Comunione e Liberazione per le prossime elezioni europee dal titolo Una presenza al bisogno del mondo, datato aprile 2019.

Questo documento non contiene nessuna parola che ne indichi la provenienza cattolica, a parte una fugace citazione di papa Francesco, che potrebbe essere fatta da chiunque. É evidente la rinuncia a partire da una identità ricevuta e a privilegiare l’impegno nella vita. Infatti le parole chiave sono incontro, dialogo, iniziativa, interesse per l’esistenza, voglia di fare, gusto del vivere, incontrare una vita.

Scopo sarebbe creare una “amicizia sociale” in cui “ciascuno offra il contributo della propria esperienza alla vita comune”. Tutte queste espressioni sono neutre e prive di contenuto. Anche una banda di ladroni ha voglia di fare, ha iniziativa e condivide le esperienze alla vita comune. Se i criteri e i contenuti non sono enunciati dal documento, vuol dire che dovrebbero nascere dall’incontro e dal dialogo, dalla voglia di fare e dal gusto di vivere: così il fare precede il ricevere.

Però in questo caso si va e si fa alla cieca, pensando che ci sia una rivelazione che nasce progressivamente nella storia anziché orientarla e guidarla. I cattolici non avrebbero ricevuto qualcosa di fondamentale da dare al mondo e quindi, davanti alle prossime elezioni europee, non avrebbero niente di proprio da dire, semmai quello che hanno da dire lo scoprirebbero facendo. L’importante è “farsi provocare” – come dice Comunione e Liberazione – dalle elezioni europee, non tanto per quanto riguarda i contenuti ma per quanto concerne una generica (e vuota) voglia di fare.

Lo strano è che alla fine del messaggio per le elezioni europee Comunione e Liberazione pone ai propri seguaci delle domande: sul bene comune, sul tipo di contributo da dare all’Europa, su quali sono i valori fondanti l’Europa, sui criteri che devono guidarci rispetto ai contenuti. A queste domande si può rispondere solo sapendo cosa significa bene comune, quali sono i valori fondanti dell’Europa, quali criteri ci devono guidare. Serve una luce che preceda l’impegno, per chiarirlo e illuminarlo, togliendolo dalla vacuità. Le risposte presuppongono una dottrina, a meno di non sostenere che per rispondere a queste domande la tradizione cristiana non ci abbia fornito nessun elemento. La necessità della dottrina, scavalcata in tutto il documento dalla priorità della prassi, ritorna così alla fine in queste domande di significato che, si capisce, devono guidare il fare con qualcosa di ricevuto e non potranno mai nascere da un fare cieco, perché il più non viene dal meno.

Nel documento di Comunione e Liberazione c’è anche una citazione di Giussani della metà degli anni Cinquanta: “Noi non siamo entrati nella scuola cercando di formulare un progetto alternativo per la scuola. Ci siamo entrati con la coscienza di portare Ciò che rende umano il vivere e autentica la ricerca del vero”. Non intendo fare l’interprete ufficiale del pensiero di don Giussani, però mi sembra che questo Ciò-che (o meglio Colui-che) egli lo volesse portare nella scuola e non farlo emergere da una prassi generica, non qualificata, non orientata dottrinalmente proprio da Colui-che è il Logos. E non credo che lo considerasse una semplice esperienza da mettere insieme alle altre per costruire una “amicizia sociale”.