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Fallimento ad Hanoi. La lotta difficile alla proliferazione

Il fallimento dei colloqui di Hanoi, fra Donald Trump e Kim Jong-un, avviene contemporaneamente alla crisi del governo in Iran, dove il ministro degli Esteri Mohammed Javad Zarif ha annunciato a sorpresa le sue dimissioni, poi respinte dal presidente Rouhani. Si tratta di due episodi legati dallo stesso filo rosso: la proliferazione nucleare e il tentativo americano di porvi un limite.

Kim Jong-un e Donald Trump

Il fallimento dei colloqui di Hanoi, fra Donald Trump e Kim Jong-un, avviene contemporaneamente alla crisi del governo in Iran, dove il ministro degli Esteri Mohammed Javad Zarif ha annunciato a sorpresa le sue dimissioni, poi respinte dal presidente Rouhani. Si tratta di due episodi legati dallo stesso filo rosso: la proliferazione nucleare e il tentativo americano di porvi un limite.

L’amministrazione Trump ha infatti rotto unilateralmente l’accordo sul nucleare iraniano e invece avviato un negoziato diretto con la Corea del Nord. La rottura dell'accordo con l'Iran e dunque il ritorno delle sanzioni contro la Repubblica Islamica, con conseguenze economiche molto gravi, è la causa di fondo della crisi del governo iraniano a cui assistiamo in questi giorni. Il dialogo con la Corea del Nord e l'atteggiamento quasi amichevole del presidente Trump nei confronti del dittatore Kim Jong-un, ha invece consentito a quest'ultimo di alzare le sue richieste di concessioni, vera causa della fallimento del vertice di Hanoi. La disparità di trattamento è motivata, almeno in parte, dallo stato di avanzamento dei programmi nucleari nei due “regimi canaglia”, entrambi nella lista nera dei nemici giurati degli Usa. Mentre l’Iran non ha ancora la sua arma atomica, dunque può essere messo in crisi con una stretta di sanzioni economiche, la Corea del Nord ha già il suo arsenale. E, stando agli ultimi test, è un arsenale funzionante e già in grado di costituire una minaccia per gli Stati Uniti.

Barack Obama aveva seguito l’approccio esattamente opposto. Dal suo primo giorno di presidenza si era già ritrovato ad avere a che fare con una Corea del Nord dotata di armi nucleari (almeno dal 2006) e aveva deciso di interrompere ogni concessione alla dinastia Kim. Dall’altra parte, invece, con un Iran impegnato nel suo programma atomico (dichiaratamente solo civile, ma molto probabilmente anche militare), Obama aveva teso da subito la mano. Prima si era ritrovato costretto a usare l’arma delle sanzioni, perché dall’altra parte aveva incontrato il muro di opposizione del presidente Ahmadinejad, ricordato per i suoi discorsi dal tono apocalittico. Poi però, alla prese con il nuovo presidente Rouhani, aveva ripreso a dialogare, coinvolgendo anche i paesi del gruppo di contatto dell’Unione Europea, arrivando all’accordo di Vienna nel 2015 (acronimo impronunciabile: Jcpoa) con cui ha considerato risolta la questione.

I risultati della gestione Obama non si sono fatti attendere: maggiori rischi di guerra, sia su un fronte che sull'altro. L’Iran ha iniziato a espandersi e non ha offerto alcuna garanzia credibile sulla sua rinuncia al suo programma nucleare. Motivo per cui gli Usa di Trump si sono ritirati unilateralmente dall’accordo di Vienna. La Corea del Nord, a partire dal 2010, ha alzato il tiro a tal punto da far temere lo scoppio di una nuova guerra. L’amministrazione Trump, di fronte ad un regime già nucleare, ha deciso di assumere inizialmente una postura di fermezza e dissuasione, poi di rilassarla e di passare al dialogo diretto fra capi di Stato, una rottura completa rispetto al passato. Gli Usa, in ogni caso, mantengono le sanzioni contro la Corea del Nord e le ritireranno solo quando il disarmo nucleare nordcoreano sarà dimostrabile. Kim Jong-un, nel vertice di Hanoi, chiedeva di ritirare da subito le misure restrittive e per questo Trump ha deciso di abbandonare il dialogo (per il momento) senza alcun accordo.

Quando si affronta la questione della proliferazione nucleare, un errore comune è quello di considerare gli eventi come interamente dipendenti dagli Stati Uniti. Il fatto che una potenza nucleare emergente ottenga o meno dei risultati, è attribuito solo al consenso americano, implicito o esplicito. Se, dunque, un paese si dota dell’arma atomica è perché “gli americani glielo hanno permesso”, altrimenti perché “non gliel’hanno permesso”. Questa sindrome da primo della classe, tipica del mondo post-Guerra Fredda, purtroppo contagia anche gli stessi presidenti, come si vede dall’esperienza fallimentare di Barack Obama. Se, tuttavia, si vuole comprendere la vera natura e le intenzioni di questi regimi, occorre guardare alla loro stessa ideologia. E poi al sostegno che ottengono da altre grandi potenze.

Le ideologie sono dichiarate, scritte nero su bianco, annunciate pubblicamente. L’Iran è una potenza islamica rivoluzionaria e ha l’obiettivo dichiarato di esportare la rivoluzione sciita ovunque nel Medio Oriente. Cosa che per altro fa, in ogni singola occasione: in Libano, Siria, Iraq, Bahrein, Arabia Saudita e Yemen, ovunque vi sia una minoranza sciita su cui far leva. E anche in Paesi non islamici, come il Venezuela, sfruttando le complicità ideologiche locali. Senza questo scopo messianico, la Repubblica Islamica cesserebbe di avere senso, perché la sua causa è universale e Teheran è solo una base da cui lanciarla. Un Iran dotato di bomba atomica, probabilmente, non si comporterebbe come una “normale” potenza nucleare, non la conserverebbe solo come deterrente nel gioco delle potenze regionali vicine, come l’India, il Pakistan e Israele. C’è la possibilità concreta che possa usarla in modo ricattatorio (nella migliore delle ipotesi). E nella peggiore delle ipotesi, in modo terroristico. La Corea del Nord, benché provochi periodicamente i sudori freddi a Giappone e Corea del Sud, in questi dodici anni di storia nucleare ha dimostrato di considerare la sua bomba come “assicurazione sulla vita”, per garantire l’immunità di un regime, ormai isolato e in crisi, da eventuali attacchi esterni.

Bisogna poi vedere chi ha interesse a sostenere, tecnologicamente e politicamente, questi regimi fortemente ideologizzati. La Russia e la Cina sostengono l’Iran (più la Russia che la Cina, in questo caso). Perché lo considerano come un contraltare all’egemonia americana nel Golfo. La Cina, poi, usa letteralmente la Corea del Nord come Stato-cuscinetto, sistemato fra i suoi confini e le più vicine basi americane. Le crisi periodiche sono quantomeno tollerate dalla Cina. Il vertice di Hanoi è stato preceduto, di meno di un mese, dalla visita di Kim Jong-un a Pechino, dove potrebbe aver ricevuto il “suggerimento” di alzare la posta e far saltare il tavolo. Una Corea del Nord nuovamente aperta al mondo e pacificata, infatti, non è nell’interesse della Cina. Il problema è che sia la Cina che la Russia potrebbero sottovalutare, a mo’ di apprendisti stregoni, la possibilità che questi regimi facciano di testa loro e provochino una crisi imprevista e imprevedibile. Perché non sono pedine, sono Stati indipendenti, mossi da loro ideologie molto massimaliste.